di Donatello Cividin

 Introduzione

La Groenlandia è tornata al centro della strategia internazionale non per ciò che è demograficamente o economicamente, ma per ciò che la contraddistingue fin dai primi anni Cinquanta del XX secolo. L’isola più grande del pianeta appare come una periferia glaciale scarsamente abitata e in realtà costituisce uno dei nodi più sensibili dell’architettura di sicurezza euro-atlantica[1].

Durante la Guerra Fredda l’isola fu piattaforma avanzata della deterrenza nucleare aerotrasportata (Chrome Dome) e poi anello essenziale del sistema di allerta precoce balistica (BMEWS). Oggi, nel contesto di competizione sistemica tra Stati Uniti, Russia e Cina e di profonda trasformazione climatica dell’Artico, la Groenlandia riemerge come infrastruttura strategica del tempo decisionale: nodo di sorveglianza spaziale, corridoio di tracciamento missilistico, potenziale cerniera tra rotte oceaniche emergenti.

La tesi di questo contributo è che la Groenlandia, nonostante le sue potenzialità minerarie, non sia tanto un territorio da possedere quanto una piattaforma di anticipazione. Se nella Guerra Fredda rappresentava un’estensione glaciale utile a garantire sopravvivenza e reazione, oggi è un moltiplicatore informativo dove ciò che conta non è l’occupazione dello spazio, ma la capacità di vedere prima, tracciare prima e decidere prima lungo il corridoio polare.

Le recenti dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti[2] circa la possibilità di un accordo “illimitato” di piena libertà operativa americana in Groenlandia – talvolta associate al progetto di difesa missilistica denominato “Golden Dome” – riaprono una questione classica del diritto internazionale contemporaneo, sulla necessaria distinzione tra sovranità territoriale, controllo operativo e diritti d’uso funzionale. In un sistema internazionale in cui la velocità di reazione è divenuta variabile critica, la Groenlandia rappresenta non solo un asset geografico, ma uno stress test della governance atlantica e della sostenibilità del multilateralismo difensivo[3].

Groenlandia fisica

 La centralità percepita della Groenlandia è in parte un effetto ottico. Nella proiezione di Mercatore[4], sviluppata nel XVI secolo per facilitare la navigazione, le superfici alle alte latitudini risultano enormemente dilatate. La Groenlandia appare così comparabile all’Africa, quando in realtà il continente africano è 14 volte più grande. Eppure, nella rappresentazione più diffusa al grande pubblico, l’isola artica sembra occupare uno spazio visivo equivalente, se non superiore. Questa distorsione non è soltanto cartografica ma è percettiva e, in parte, geopolitica. Un grande pubblico distratto tende ad associare dimensione visiva e rilevanza strategica. La Groenlandia appare immensa, quasi continentale, e questo contribuisce a rafforzarne l’aura di “territorio gigantesco”, vuoto, disponibile, remoto ma potenzialmente dominabile, sebbene corrisponda a poco meno di quattro volte la superficie della Francia metropolitana. È un meccanismo simbolico antico nel quale chi appare grande sulla mappa sembra, intuitivamente, rilevante. Ma la rilevanza groenlandese non deriva dalla superficie apparente bensì dalla posizione relativa.

Proiezioni equal-area come Gall-Peters o Mollweide restituiscono proporzioni più fedeli, ridimensionando l’isola. Questa semplice variazione cartografica modifica sensibilmente la percezione intuitiva della geografia globale. Nel dibattito pubblico, soprattutto negli Stati Uniti, la rappresentazione ipertrofica della Groenlandia può contribuire a semplificazioni retoriche con un “enorme territorio artico” poco popolato, ricco di risorse e strategicamente collocato, suscita più facilmente l’immaginazione politica rispetto a una descrizione tecnica di corridoi missilistici, orbite polari e finestre di intercetto. In altre parole, la mappa precede l’analisi.

Tuttavia la centralità della Groenlandia non deriva dalla superficie ma dalla posizione relativa lungo il corridoio polare. Se si osserva un globo tridimensionale — e non un planisfero — diventa evidente che la distanza tra la penisola di Kola e il Nord America attraverso il Polo è inferiore a quella che l’immaginario bidimensionale suggerisce.

Questo corridoio polare è il percorso più breve per vettori balistici intercontinentali e per molte orbite di sorveglianza. In una rappresentazione planare, questa evidenza è meno intuitiva; su un globo, è immediata.

La Groenlandia è la più grande isola del mondo (2600 km da nord a sud e circa 1200 km da est ad ovest, per una superficie di circa 2,16 milioni km²), coperta per circa l’80% da calotta glaciale permanente ed abitata quasi esclusivamente lungo le coste occidentali e sud-occidentali. È uno dei territori più determinanti per l’equilibrio artico e nord-atlantico.

Non è uno spazio uniforme ma è un sistema geografico con una calotta interna e una fascia costiera abitabile, attraversato da corridoi marittimi strategici. La Groenlandia si colloca tra l’Oceano Atlantico settentrionale e l’Oceano Artico, tra Nord America e Scandinavia e lungo l’asse Canada–Islanda–Regno Unito (GIUK Gap). Le sue coordinate approssimative si collocano tra 59°N e 83°N, quindi il suo territorio ricade in gran parte oltre il Circolo Polare Artico. I suoi confini marittimi principali sono con il Canada (Stretto di Nares, Baffin Bay), con l’Islanda e con la Norvegia (area di Jan Mayen).

Geologicamente, la Groenlandia è uno dei territori più antichi della crosta terrestre, ma lo spessore della calotta rende l’estrazione complessa e impone costi infrastrutturali elevatissimi.

La calotta (Inland Ice Sheet) ha una superficie di circa 1,7 milioni km², con uno spessore medio di 1.500–2.000 metri e un massimo che supera i 3.000 metri. È la seconda calotta glaciale del pianeta dopo l’Antartide. La calotta[5] è formata da un altopiano glaciale centrale in lento movimento verso i margini, soprattutto sui grandi ghiacciai di sbocco (Jakobshavn, Helheim) rendendo la Groenlandia una cupola di ghiaccio con bordi frastagliati, più simile a un organismo che fluisce lentamente che al blocco statico sottostante.

La Groenlandia ha tre fasce climatiche. Quella del Nord e dell’interno è caratterizzata da clima polare estremo, con inverno quasi continuo e temperature sotto i -30°C. Sulla costa occidentale il clima è relativamente mitigato dall’effetto delle correnti oceaniche, con estati brevi ma più temperate e qui si concentra l’abitabilità. La costa orientale è più isolata, più fredda e meno popolata. La distribuzione della popolazione è dunque determinata tanto dalle correnti marine quanto dalla latitudine.

Le coste sono incise da fiordi profondissimi e circondate da rilievi montuosi spesso rocciosi e impervi. La popolazione vive su stretti lembi costieri privi di collegamenti stradali continui e tra loro collegati solo via mare o aria. Il capoluogo e capitale è Nuuk (19.000 abitanti), mentre la popolazione totale è circa 56.000 persone, con una densità tra le più basse al mondo. La distribuzione della popolazione è al 90% sulla costa occidentale: molte comunità sono isolate e spesso autosufficienti. Non esiste un “entroterra” groenlandese in senso antropico; la mancanza di un hinterland abitabile è un fattore decisivo per lo sviluppo umano sull’isola[6].

La Groenlandia è priva di collegamenti terrestri con altri Stati e, come ogni isola, dipende da mare e aria per collegarsi con altre realtà geografiche. Le vie marittime rilevanti sono Baffin Bay, Davis Strait, Greenland Sea e l’accesso alla Rotta del Mare del Nord (in prospettiva climatica). Ogni comunità sulla costa ha un proprio porto o porticciolo, stante la necessità di spostarsi via mare. Vi sono 6 porti di capacità commerciale, con il principale nella Capitale. La Groenlandia ha 13 aeroporti con piste e strutture adeguate al traffico aereo commerciale di cui 5 sono collegati con rotte internazionali ad Europa e Continente americano. Completano il quadro una ulteriore decina di piste semipreparate private ed una quarantina di eliporti per i collegamenti fra le comunità costiere.

D’altronde la calotta groenlandese è un regolatore climatico globale. La fusione dei suoi ghiacci incide sul livello del mare mondiale, rendendo la Groenlandia simultaneamente periferia demografica e centro climatico globale. La Groenlandia è geograficamente nordamericana, politicamente europea, climaticamente artica, geologicamente antichissima, demograficamente minima, strategicamente enorme: un territorio marginale che produce effetti centrali.

Groenlandia: popolazioni originarie, colonizzazione nordica, la sovranità danese e i fatti del XX secolo

La Groenlandia non è mai stata una terra vuota. Prima dell’arrivo degli europei era abitata da popolazioni inuit altamente adattate all’ambiente artico. La colonizzazione nordica, iniziata nel X secolo, fu episodica, fragile e infine fallimentare. La sovranità europea si afferma solo in età moderna, con la progressiva integrazione dell’isola nel sistema danese-norvegese.

Le prime presenze umane in Groenlandia risalgono a oltre 4.000 anni fa, con culture paleo-eschimesi (Saqqaq, Dorset), seguite dagli antenati diretti degli attuali inuit, appartenenti alla cultura Thule (X–XIII secolo) che vivevano di caccia a foche, balene e caribù, svilupparono tecnologie sofisticate (kayak, umiak, arpioni) e  mantenevano reti di scambio e mobilità lungo l’Artico nordamericano. Gli inuit groenlandesi – oggi Kalaallit – sono quindi indigeni pienamente autoctoni, non colonizzatori recenti.

I primi colonizzatori europei furono i norreni, ma portarono una colonizzazione marginale. L’arrivo di Erik il Rosso[7] data circa il 985. Secondo le saghe islandesi, Erik il Rosso, bandito dall’Islanda per omicidio, esplorò la costa sud-occidentale e fondò due insediamenti principali: uno orientale vicino all’odierna Qaqortoq e uno occidentale nell’area di Nuuk. È in questo contesto che nasce il nome “Grœnland” – Terra Verde. Ancora oggi si dibatte se la “terra verde” fosse leggenda o strategia. La storiografia moderna concorda sul punto che il nome fu una scelta deliberata di propaganda da parte di Erik e come un nome attraente avrebbe incoraggiato la gente a seguirlo. Secondo Íslendingabók e la Eiríks saga rauða (la Saga di Erik il Rosso), Erik chiamò la terra Grœnland sostenendo esplicitamente che “un nome favorevole avrebbe incoraggiato gli insediamenti”, come riportato nella tradizione letteraria islandese. Nel periodo di Medioevo caldo, il meridione della Groenlandia aveva pascoli stagionali e fiordi relativamente verdi d’estate. L’isola non era fertile su larga scala, ma non si può definire il nome una menzogna totale ma piuttosto come una narrazione selettiva, funzionale alla colonizzazione. Un caso precoce di branding geopolitico.

Il messaggio di Erik raggiunse anche il sistema ecclesiastico romano.

La Chiesa medievale in Groenlandia con evangelizzazione, integrazione e proiezione europea e la cristianizzazione del mondo norreno non fu un evento improvviso. Tra IX e XI secolo, le interazioni con le isole britanniche — in particolare Scozia e Irlanda — favorirono una penetrazione graduale del cristianesimo. Molti dei coloni che dall’Islanda raggiunsero la Groenlandia provenivano da ambienti già profondamente cristianizzati, circostanza che facilitò l’integrazione dell’isola nel sistema ecclesiastico latino. Il cristianesimo groenlandese non fu dunque un’imposizione tardiva, ma parte di un processo già consolidato al momento dell’insediamento. Nel 1126 venne istituita la diocesi di Gardar[8], con sede nell’insediamento orientale (area dell’attuale Igaliku), dipendente dalla provincia ecclesiastica di Nidaros, la norvegese Trondheim. Si trattò della prima diocesi stabilmente organizzata nel continente americano, istituita oltre tre secoli prima dell’arrivo di Colombo nei Caraibi. Essa serviva primariamente la popolazione norrena già cristianizzata, non un vasto progetto missionario sistematico tra gli Inuit. Le fonti attestano la presenza di istituzioni monastiche, verosimilmente di regola benedettina, legate alla diocesi. Il modello benedettino — stabilità territoriale, lavoro agricolo, organizzazione comunitaria — risultava particolarmente adatto all’ambiente groenlandese con il monastero che diveniva centro di coltivazione, archivio, alfabetizzazione e legittimazione giuridica. Il complesso ecclesiastico di Hvalsey, nei pressi dell’attuale Qaqortoq, rappresentò l’avamposto spirituale più settentrionale dell’Europa medievale e un segno concreto dell’inserimento della Groenlandia nell’ordine cristiano cattolico. Le relazioni con le popolazioni inuit furono probabilmente sporadiche e non esistono prove di una missione strutturata nel periodo norreno; l’idea della Groenlandia come “terra di missione” si affermerà soprattutto nel XVIII secolo con il missionario luterano Hans Egede. Ciò che resta straordinario nella vicenda medievale non è tanto la conversione degli autoctoni, quanto la capacità della Chiesa latina di proiettare una struttura diocesana stabile oltre l’Atlantico settentrionale. Prima di essere avamposto militare, la Groenlandia fu avamposto ecclesiastico: una proiezione spirituale e amministrativa che precede di secoli la competizione strategica contemporanea.

Gli insediamenti nordici sopravvissero circa 400–500 anni, poi scomparvero nel XV secolo. Le cause principali si riconducono al raffreddamento climatico della cosiddetta Piccola Era Glaciale, all’isolamento crescente dall’Europa, alla rigidità economica dipendente dal mercato dell’avorio di tricheco e all’incapacità di adattarsi pienamente allo stile di vita degli inuit. Si precisa che non vi sono prove di genocidio o guerra sistematica con gli inuit. La loro decimazione fino quasi alla scomparsa fu attribuibile a un declino strutturale più che a un conflitto diretto.

Dopo il collasso norreno[9] la Groenlandia rimase esclusivamente inuit. L’Europa perse completamente il contatto diretto con l’isola per più di due secoli.

La ri-colonizzazione danese[10] del XVIII secolo vide nel 1721 il missionario Hans Egede, sotto l’egida della corona danese-norvegese, avviare una nuova presenza europea principalmente missionaria, poi commerciale e quindi amministrativa. Da quel momento la Groenlandia entrò stabilmente nell’orbita della Danimarca e divenne colonia formale nel XIX secolo, rimanendo danese anche dopo la separazione tra Danimarca e Norvegia del 1814.

Il Trattato di Kiel fu firmato nella omonima città tedesca il 14 gennaio 1814 tra il Regno di Danimarca-Norvegia, il Regno di Svezia e con la mediazione e pressione del Regno Unito. La Danimarca, alleata di Napoleone, era uscita sconfitta dalle guerre napoleoniche. La Svezia, che aveva perso la Finlandia a favore della Russia nel 1809, cercava una compensazione territoriale. Il risultato fu la cessione della Norvegia alla Svezia. Col Trattato quel giorno la Norvegia fu ceduta dalla Danimarca alla Svezia. La Danimarca mantenne l’Islanda, le Faroe e le Groenlandia.

La vicenda del 1814 mostra chiaramente come nel diritto pubblico europeo la sovranità dinastica e il controllo territoriale non coincidano sempre con l’uso o l’amministrazione effettiva. La Groenlandia, pur storicamente legata alla sfera norvegese medievale, rimase sotto la Corona danese al momento della separazione, consolidando una linea di continuità giuridica che ancora oggi struttura la questione groenlandese.

Nel XX secolo, l’Europa iniziò ad interessarsi nuovamente alla grande isola artica. Negli anni ’30 la Norvegia tentò di rivendicare la Groenlandia orientale, ma la questione fu risolta nel 1933 dalla Corte Permanente di Giustizia Internazionale dell’Aia, che riconobbe la sovranità danese sull’intera isola determinando un precedente giuridico tutt’ora rilevante.

Durante la Seconda guerra mondiale la Groenlandia diventò terreno di confronto, sebbene limitato, fra tedeschi ed Alleati. Dopo che la Germania nazista invase la Danimarca nel 1940, gli Stati Uniti firmarono, il 9 aprile 1941, un accordo con Henrik Kaufmann, l’Ambasciatore di Danimarca a Washington che, in autonomia e senza autorizzazione formale rispetto al Governo ed il Re (ancora formalmente in carica sotto l’occupazione tedesca nel “modello danese di occupazione cooperativa”[11], accettato per preservare il paese da ulteriori distruzioni), li mise in condizioni di porre sotto la loro protezione l’allora colonia danese di Groenlandia. Il timore era uno sbarco tedesco sulla grande isola artica, che dista nella sua parte nord-occidentale poche decine di chilometri dalla costa canadese, quasi a contatto col continente americano.

Ma l’interesse immediato dei tedeschi risiedeva soprattutto in un vantaggio meteorologico. Potendo disporre di misurazioni meteorologiche da basi sul territorio artico, gli specialisti tedeschi erano in grado di fornire agli U-boot della Kriegsmarine e agli aerei della Luftwaffe previsioni con un paio di giorni di anticipo. Nella guerra ai convogli verso Inghilterra e Unione Sovietica, quell’arteria vitale doveva essere recisa. L’azione degli Alleati consisteva nell’intercettare idrovolanti, imbarcazioni e spesso sommergibili tedeschi che portavano materiali e uomini sulla costa orientale della Groenlandia per allestire le piccole stazioni meteorologiche con rifugi mimetizzati e attrezzature tecniche. Americani e inglesi battevano il territorio con navi e aerei; le pattuglie a terra erano composte prevalentemente da danesi, norvegesi e groenlandesi che effettuavano pattugliamenti su slitte trainate da mute di cani (Sirius Patrol), nell’inospitale ambiente artico, a caccia delle stazioni meteo naziste.

L’accordo del 1941 permise agli statunitensi di costruire basi ed infrastrutture per permettere ai loro aerei destinati al fronte europeo e nord africano, che non erano in grado di attraversare l’Atlantico in un solo balzo, di affrontare il percorso su più tappe passando dal nord America al Labrador, alla Groenlandia, l’Islanda, la Scozia e Gran Bretagna. La base più famosa fu Bluie West One, oggi Narsarsuaq, che permise il passaggio di oltre 10.000 velivoli diretti in Europa.

Conclusa la Seconda guerra mondiale e sconfitto il nemico nazista, nel 1948 gli Stati Uniti restituirono alla Corona danese il territorio che avevano protetto, nonostante la riluttanza del Presidente Truman che propose a Copenhagen una somma importante per acquistare la colonia. I danesi rifiutarono l’offerta, ma accettarono un accordo nel 1951 per la presenza militare sul territorio groenlandese.

Nel 1953 la Groenlandia cessò formalmente di essere colonia e diventò parte integrante del Regno di Danimarca; nel 1979 venne espresso lo Home Rule[12] per arrivare nel 2009 al Self-Government Act[13], con ampie competenze interne e riconoscimento del diritto all’autodeterminazione sul proprio territorio. La sovranità esterna rimase e rimane a Copenhagen, ma lingua, cultura e risorse sono sempre più in mano groenlandese.

Una costante storica della Groenlandia è essere considerata come spazio “narrato”. Dalla “terra verde” di Erik il Rosso alla colonia missionaria di Hans Egede, dalla piattaforma strategica della Guerra Fredda fino al nodo geopolitico artico contemporaneo, la Groenlandia è stata più spesso raccontata che abitata da potenze esterne. Col paradosso che chi la controlla raramente la conosce davvero, mentre chi la conosce davvero raramente la controlla. La Groenlandia ha quindi radici indigene profonde, una colonizzazione europea discontinua e fragile e una sovranità danese, storicamente recente ma giuridicamente consolidata.

Periferia per lEuropa, difesa nazionale per Washington

La Groenlandia è stata a lungo percepita, soprattutto nel dibattito europeo, come una periferia geografica dell’Alleanza Atlantica, una propaggine remota la cui rilevanza strategica sarebbe funzione quasi esclusiva dell’appartenenza al sistema NATO. Dal punto di vista statunitense, al contrario, l’isola artica è sempre stata parte integrante della difesa del continente nordamericano.

Questa divergenza di prospettiva non è contingente, ma strutturale, e costituisce la chiave interpretativa di molte delle tensioni transatlantiche emerse negli ultimi decenni. Ciò che per l’Europa rientra nella logica del multilateralismo consensuale, per Washington riguarda direttamente la sicurezza nazionale[14], la sopravvivenza strategica e il controllo dei tempi decisionali in caso di crisi.

Un elemento decisivo che distingue radicalmente la Groenlandia contemporanea dagli scenari della Guerra Fredda è il riscaldamento globale, fattore assente nella percezione strategica degli anni Cinquanta e Sessanta e oggi invece strutturale. Durante la fase iniziale della deterrenza artica, la calotta groenlandese veniva percepita come uno scudo statico, perenne e sostanzialmente immodificabile, utile a separare, isolare e proteggere. Oggi quella stessa calotta è un sistema in trasformazione, con implicazioni dirette sulla geografia strategica dell’Artico.

Lo scioglimento progressivo dei ghiacci sta rendendo percorribili rotte artiche che fino a pochi anni fa erano considerate impraticabili su base regolare. La Northern Sea Route e le possibili future varianti transpolari non rappresentano più soltanto ipotesi teoriche, ma corridoi stagionali sempre più prevedibili, con ricadute economiche, militari e politiche. In questo contesto, la Groenlandia non è più soltanto un sensore avanzato, ma anche una cerniera fisica tra Atlantico e Pacifico, tra Nord America ed Eurasia.

 

Cambiamento climatico: rotte, governance e choke points

A causa del fenomeno dell’Amplificazione Polare, che accelera il riscaldamento nelle regioni artiche rispetto alla media globale, entro il 2050 vaste aree entro il Circolo Polare Artico potrebbero avere acque navigabili libere dai ghiacci per vari mesi all’anno[15]. Tre sono le rotte[16] che si aprirebbero ai trasporti marittimi: la NWP (North West Passage), che collega l’Oceano Pacifico all’Atlantico costeggiando Canada ed Alaska; la NSR (Northern Sea Route), che transita lungo le coste settentrionali della penisola scandinava e soprattutto della Federazione Russa collegando Atlantico e Pacifico; la TSR (Trans Polar Route), che passa più direttamente per l’area del Polo Nord geografico e collega Atlantico e Pacifico, sebbene sia, in prospettiva, la più complessa e meno transitabile operativamente.

Nonostante, al momento, la navigazione artica richieda costi elevati, se le rotte libere dai ghiacci diventassero percorribili per mesi, parte delle rotte tradizionali tramite Suez o Panama potrebbe subire pressioni competitive[17], con risparmi di tempo e carburante potenzialmente significativi, con proiezioni fino al 50%. Per questo motivo la Cina guarda alle rotte artiche anche in ottica di rilevanza strategica. Lo Stretto di Malacca resta un choke point obbligato per molte rotte cinesi, potenzialmente esposto a instabilità o interdizione, così come altri passaggi quali Panama o Suez.

I dati qui richiamati non intendono fornire una previsione deterministica, ma indicare l’ordine di grandezza dell’incentivo strategico che l’apertura artica rappresenta.

Nel post-Guerra fredda, l’Artico è stato presentato come spazio di cooperazione regionale. Nel 1991 viene siglata l’Artic Environmental Protection Strategy (AEPS). La sua evoluzione naturale è il Consiglio Artico (Arctic Council), istituito il 19 settembre 1996 con la Dichiarazione di Ottawa. La governance giuridica della navigazione e delle zone marittime artiche rimane primariamente disciplinata dal diritto del mare e dalle posizioni degli Stati costieri. Il Consiglio Artico opera come foro politico e scientifico, non come autorità regolatoria sovrana e non esercita sovranità sull’Artico. Nel suo Consiglio siedono gli Stati che si affacciano sull’Oceano Artico quali Danimarca (per Groenlandia e isole Faroe), USA (per l’Alaska), Norvegia, Svezia, Finlandia, Islanda, Russia e Canada. Esiste l’istituto dei “Partecipanti permanenti”, ossia le principali organizzazioni dei popoli indigeni artici (Inuit, Saami, Athabaskan, Aleut, Gwich’in e altri), che possono influenzare le decisioni e vi sono osservatori senza diritto di voto (Cina, Giappone, India ed UE).

Parallelamente, la riduzione dello spessore dello scudo glaciale rende progressivamente più realistico lo sfruttamento delle risorse minerarie groenlandesi, in particolare terre rare, uranio, grafite e altri materiali critici per l’industria tecnologica e militare, e anche possibili riserve di idrocarburi offshore. Questo introduce una dimensione economica e industriale che era sostanzialmente assente durante la Guerra Fredda e contribuisce a spiegare la rinnovata attenzione strategica statunitense, cinese e russa verso l’isola.

Risorse minerarie e idrocarburi

Le stime valutano in 40 milioni di tonnellate la quantità di minerali critici con una forte concentrazione in siti come Kvanefjeld e Tanbreez. Le estrazioni sono state ridotte o bloccate dal governo danese e da quello groenlandese[18] sia per motivi legati all’inquinamento del territorio, sia per motivi di interesse politico, stante i tentativi di penetrazione economica da parte cinese, anche tramite società occidentali. Anche sul tema risorse minerarie la Groenlandia mostra aperture verso gli Stati Uniti.

Secondo stime attribuite allo US Geological Survey[19], i bacini sottostanti e nei mari prospicienti la grande isola artica conterrebbero 17 miliardi di barili di petrolio e 150 miliardi di m³ di gas naturale, con indicazioni che includono anche stime per bacini specifici (ad esempio Jameson Land nel quadrante sud-orientale). Al di là della precisione numerica delle stime, il punto strategico rimane, dove la Groenlandia viene percepita come un potenziale “scrigno” di risorse ad alto valore.

Generazione di elettricità, cablaggi sottomarini di fibra ottica e campus di elaboratori per la A.I.

La Groenlandia concentra oggi molte delle dinamiche che stanno ridisegnando l’Artico tra le quali anche la possibilità di ospitare infrastrutture digitali ad alta intensità di calcolo. Tra queste rientrano i campus per l’intelligenza artificiale, attratti dal vantaggio climatico di un ambiente che consente di ridurre i costi di raffreddamento dei server. Questo beneficio, però, non basta a fare dell’isola un hub A.I. nel breve periodo. Il vero limite è energetico e infrastrutturale. La Groenlandia dispone oggi di cinque impianti idroelettrici[20] pubblici per una capacità complessiva di circa 90 MW, distribuiti però su sistemi locali separati e non su una rete nazionale integrata. Si tratta di una scala ancora insufficiente anche rispetto ai fabbisogni di un grande data center hyperscale, che può richiedere 100 MW o più di potenza continua. In altre parole, l’isola possiede già il freddo necessario per raffreddare i processori, ma non ancora la massa critica di energia e distribuzione elettrica necessaria per alimentare poli di elaborazione di media o grande dimensione. Non a caso, in un territorio privo di una rete viaria continua e caratterizzato da insediamenti dispersi, anche la rete elettrica segue una logica frammentata e locale. Esiste invece già una base di connettività internazionale[21]: la Groenlandia è collegata via fibra ottica sottomarina al Canada e all’Islanda attraverso il sistema Greenland Connect, a cui si aggiunge Greenland Connect North lungo la costa occidentale. Il potenziale, dunque, è reale, ma resta soprattutto prospettico nel quale la Groenlandia può diventare un nodo strategico anche nel settore dei data center, ma solo dopo un forte salto di scala sul piano energetico e infrastrutturale.

Tentativi di acquisizione e pressioni geopolitiche: Stati Uniti, Norvegia, Cina

Fin dal 1867, in concomitanza dell’acquisto dell’Alaska dalla Russia, gli Stati Uniti considerarono di estendere il loro territorio con l’acquisto della Groenlandia e dell’Islanda, allora ancora danese, ma nessun passo formale venne effettuato. Nel 1910 l’Ambasciatore americano in Danimarca propose di scambiare la Groenlandia con l’isola di Mindanao, invano. Successivamente, al termine della Seconda guerra mondiale, Washington propose a Copenhagen la considerevole somma di cento milioni di dollari per acquistare la colonia[22]: rifiuto danese, ma accettazione dell’accordo del 1951 per la presenza militare.

Nel primo mandato di Donald Trump il tema dell’acquisto della grande isola artica tornò di attualità e venne evocato anche nel 2017; venne richiamata l’esperienza norvegese[23] del 1931, quando Oslo pretese diritti sulla costa orientale della Groenlandia, pretese respinte dalla giustizia internazionale. L’epidemia di Covid contribuì a far scemare la questione. L’attuale POTUS ripropone ora, in modo pressante, la necessità del “possesso” della Groenlandia[24] “con ogni mezzo”, pur rassicurando in sede pubblica di “non ricorrere all’uso della forza”. Nello stesso discorso, tuttavia, ha ripetuto un’informazione infondata secondo cui gli Stati Uniti avrebbero “restituito” la Groenlandia alla Danimarca dopo la Seconda guerra mondiale e avrebbero così commesso un “grave errore”[25].

Gli Stati Uniti hanno monitorato per anni i tentativi cinesi di penetrazione economica su progetti di esplorazione e sfruttamento in Groenlandia. Due esempi: nel 2016 la società mineraria General Nice di Hong Kong era pronta a rilevare la base navale in disuso di Grønnedal, progetto abortito per l’intervento del governo danese; così nel 2021, il dossier Kvanefjeld (Greenland Minerals australiana e la sua associata cinese Shenghe Resources) è stato letto in chiave di materie prime critiche e influenza e bloccato.

Questo quadro illustra quanto la Groenlandia abbia rappresentato nel passato e rappresenti nel futuro una risorsa fondamentale con nuove rotte marittime e materiali strategici che emergono con l’assottigliarsi dei ghiacci. Ma esiste un aspetto che prescinde dal mutamento climatico e che rende la grande isola artica, fin dagli anni Cinquanta, un elemento insostituibile nello scacchiere della difesa del territorio statunitense ovvero la sua posizione geografica rispetto alle traiettorie polari, cioè la geometria più corta tra Eurasia e Nord America.

In termini funzionali, la Groenlandia concentra una pluralità di dimensioni critiche: si colloca lungo il principale corridoio polare dei vettori balistici intercontinentali, ospita sensori essenziali per l’allerta precoce, rappresenta un nodo crescente della sorveglianza spaziale e si trova al centro delle future rotte artiche, destinate a ridisegnare i flussi commerciali e logistici globali. Questa sovrapposizione di funzioni militari, tecnologiche ed economiche rende la Groenlandia un asset sistemico, difficilmente comprimibile entro le sole categorie della cooperazione alleata.

 

LAccordo tra Washington e Copenhagen del 1951: sovranità danese, operatività statunitense

In questo contesto si inserisce l’evoluzione di Thule Air Base, fondata nel 1953 sulla base dell’accordo bilaterale del 1951 tra Stati Uniti e Danimarca.

Nel 1951 venne firmato il Defense of Greenland Agreement[26], la cornice legale dell’uso militare USA in Groenlandia. Un accordo tra Washington e Copenhagen che garantisce agli Stati Uniti un accesso molto ampio di carattere militare in Groenlandia. L’accordo prevede che, pur rimanendo il territorio sotto la sovranità danese, gli Stati Uniti possano costruire, mantenere e gestire installazioni e basi militari sulla grande isola artica per la difesa del Nord Atlantico e del continente nordamericano.

Nel 1953 venne realizzata la base aerea di Thule AFB e una serie di ulteriori iniziative militari. Nel 2004 il quadro fu aggiornato tramite accordi che emendano/supplementano quello del 1951 sebbene qui sia cruciale evitare una lettura “sovrana” dell’aggiornamento. Non significa che “i poteri diventano illimitati” nel senso di una cessione di sovranità ma significa piuttosto che la cooperazione e le modalità operative possono essere ampliate e specificate, in un contesto mutato, incluso quello delle architetture di difesa e sorveglianza. È importante distinguere tra sovranità territoriale — che resta danese — e controllo operativo funzionale, che può essere molto ampio senza tradursi in trasferimento di titolo giuridico. La confusione tra queste categorie è spesso politica, raramente giuridica.

La base cambiò denominazione nel tempo e venne ridenominata Pituffik Space Base, passando dal controllo della USAF alla USSF. Attualmente possiede una pista di decollo di circa 3 km e uno dei porti marittimi situati più a nord al mondo. Dallo spiegamento della Guerra fredda con circa 10.000 militari presenti, in anni più recenti il numero si è ridotto a circa 150.

Ma durante il culmine della Guerra Fredda la Base aerea di Thule e il territorio contiguo vennero pesantemente coinvolti in una serie di iniziative difensive statunitensi che ne hanno segnato, e ne segnano ancora, il destino.

Rapporti Geopolitici di Groenlandia e Danimarca con gli Stati Uniti

Chrome Dome: deterrenza in volo e Artico come ambiente operativo

Il primo momento in cui l’Artico assume una dimensione di operatività permanente nella strategia statunitense è rappresentato dall’operazione Chrome Dome avviata all’inizio degli anni Sessanta. Nel contesto della paura di un primo colpo sovietico capace di distruggere i bombardieri USA al suolo, lo Strategic Air Command attivò programmi di airborne alert: una quota di bombardieri con armamento nucleare doveva essere in volo in modo continuativo, pronta a ricevere ordini di attacco o a garantire la capacità di rappresaglia anche se le basi fossero state colpite[27].

L’Operation Chrome Dome (1961–1968) rappresentò la forma più stabile e visibile di questa logica, ma anche una delle posture militari più imponenti, costose e intrinsecamente pericolose mai adottate in tempo di pace dagli Stati Uniti. Nacque da una combinazione di fattori tecnologici, psicologici e strategici che affondavano le radici nella crisi di fiducia generata dal lancio dello Sputnik nel 1957. Il successo sovietico nello spazio fu percepito non solo come vittoria scientifica, ma come dimostrazione che l’URSS possedeva vettori in grado di colpire il territorio statunitense attraversando lo spazio extra-atmosferico. La paura dominante negli ambienti politico-militari americani non era semplicemente quella di un attacco nucleare, ma quella di un attacco improvviso, decapitante, capace di distruggere i bombardieri strategici al suolo prima che potessero decollare, annullando la possibilità di replicare e quindi invalidando il principio cardine che determinava la pace armata secondo la dottrina dell’”Equilibrio del Terrore”.

In questo clima, il SAC elaborò una risposta radicale progettando e realizzando il pattugliamento aereo continuo di bombardieri strategici B-52, armati con armi nucleari reali, mantenuti in volo 24 ore su 24 lungo rotte prestabilite. L’idea era semplice e terrificante nel garantire che, in ogni istante, una quota della forza nucleare americana fosse già in aria, pronta a ricevere l’ordine di attacco o, quantomeno, impossibile da eliminare con un primo colpo. Il sistema era ciclico e industriale con decolli programmati, rotazioni di equipaggi, rifornimenti in volo, rotte ridondanti e procedure rigidamente standardizzate.

Le rotte di Chrome Dome erano concepite per mantenere i bombardieri a distanza di sicurezza dalle difese sovietiche ma a circa due ore di volo dagli obiettivi assegnati in URSS. Tra le principali aree di pattugliamento vi erano l’Atlantico settentrionale, il Mediterraneo orientale, il Mare del Nord e l’Artico lungo le rotte polari. La rotta artica era considerata particolarmente critica perché rappresentava il corridoio più breve per i missili balistici sovietici, consentiva ai B-52 di avvicinarsi evitando le difese più dense dell’Europa orientale e permetteva il collegamento con le infrastrutture di Early Warning (in particolare il radar BMEWS di Thule). In questo contesto, la presenza di bombardieri armati nelle vicinanze della Groenlandia non era un’anomalia, ma una funzione strutturale del sistema.

Chrome Dome non era una simulazione. Le bombe termonucleari erano pienamente operative, i codici erano reali, le procedure erano quelle di guerra. Ogni missione prevedeva armi termonucleari, come le Mk-28, checklist di attacco, comunicazioni criptate e possibilità teorica di ricevere l’ordine. Il margine di errore era ridotto perché ossessivamente ripetitivo ma nel lungo periodo questa ripetitività aumentò il rischio di incidente.

Gli incidenti di Palomares in Spagna nel 1966 e di Thule in Groenlandia nel 1968 resero evidente il costo sistemico di questa impostazione con dispersione di materiale radioattivo, bonifiche complesse, tensioni politiche con gli alleati. La dispersione di plutonio e i costi ambientali mostrarono i limiti di una deterrenza fondata sulla presenza aerotrasportata permanente di armi nucleari.

Broken Arrows: Il precedente di Goldsboro (1961) e gli incidenti di Palomares in Spagna (1966) e di Thule in Groenlandia (1968)

Nel linguaggio militare statunitense, eventi come Palomares e Thule furono classificati come Broken Arrows, cioè incidenti che comportano la perdita, il danneggiamento o la dispersione di armi nucleari senza che vi sia un conflitto in atto.

Per completezza informativa bisogna segnalare che già nel 1961 il territorio nazionale statunitense subì una Broken Arrow.

Goldsboro, 24 gennaio 1961. Un B-52G del SAC, decollato dalla sua base nel North Carolina, nell’ambito delle missioni di Airborne Alert precedenti all’operazione Chrome Dome, si disintegrò in volo sopra Goldsboro causa un cedimento strutturale. A bordo vi erano due bombe termonucleari Mark 39 Mod 2 da circa 4 megatoni. La cittadina agricola era collocata nei pressi della base aerea dove il B-52 tentava di rientrare in emergenza. Una delle due armi completò quasi integralmente la sequenza automatica di armamento. L’innesco nucleare fu impedito da un unico interruttore di sicurezza, l’ultimo di quattro. L’incidente venne riportato dalla stampa come un normale disastro aeronautico ma i dettagli tecnici del rischio nucleare occorso rimasero riservati per decenni. Nel caso di Goldsboro[28] non vi fu necessità di bonifica, permettendo di sottacere all’opinione pubblica la gravità nucleare dell’incidente. Nonostante l’evidenza di una detonazione termonucleare fortunosamente mancata da 4 megatoni (potenza di circa 250 bombe di Hiroshima) sul territorio nazionale, lo Strategic Air Command non modificò la postura di allerta permanente, la logica dell’airborne deterrence proseguì invariata e venne addirittura istituzionalizzata in Operation Chrome Dome, che continuò fino al 1968 con la sua conclusione dopo gli incidenti fuori teatro domestico di Palomares e Thule.

In questi due casi furono coinvolti complessivamente otto ordigni termonucleari Mk-28/M28, quattro per ciascun evento. Le Mk-28[29] non erano bombe tattiche ma ordigni termonucleari a pieno titolo, con potenze variabili che, a seconda delle configurazioni, potevano raggiungere diverse centinaia di kilotoni. I dispositivi di sicurezza impedirono l’innesco nucleare vero e proprio, ma in entrambi i casi l’esplosione convenzionale degli esplosivi ad alto potenziale portò alla frammentazione delle testate e alla dispersione di plutonio nell’ambiente.

Palomares, 17 gennaio 1966. Un B-52G dell’USAF, in missione Chrome Dome, decollato da una base del North Carolina, al rientro dal pattugliamento sul Mediterraneo orientale entrò in collisione con un KC-135 durante un rifornimento in volo sopra Palomares (Almería, Spagna). La cisterna esplose e il bombardiere si spezzò. A bordo si trovavano quattro bombe Mk-28 che, una volta nel vuoto, aprirono automaticamente i paracadute (utilizzati operativamente per permettere al bombardiere di accumulare distanza dal punto d’esplosione), caddero relativamente morbide ma due ordigni si aprirono all’impatto disperdendo plutonio su un’area agricola. La bonifica comportò la rimozione e il trasferimento negli Stati Uniti di oltre 1.400 tonnellate di terreno contaminato. Palomares rappresentò un campanello d’allarme sulla sostenibilità politica e ambientale di Chrome Dome.

Thule, 21 gennaio 1968. Un B-52G dell’USAF, impegnato in missione collegata alla postura di Chrome Dome, decollato dalla sua base dallo Stato di New York, partecipava a un pattugliamento artico. Durante il volo, un incendio si sviluppò a bordo. L’incendio, inizialmente banale, divenne incontrollabile e l’equipaggio perse progressivamente il controllo dell’aereo. Sebbene avesse ricevuto il permesso di atterrare in emergenza alla base di Thule il pilota ordinò l’evacuazione del mezzo ormai fuori controllo che precipitò sul ghiaccio a circa 7 miglia dalla Thule Air Base. A bordo c’erano quattro bombe termonucleari Mk-28, che con l’impatto e l’esplosione convenzionale dispersero materiale radioattivo.

Il disastro di Thule arrivò dopo Palomares e contribuì a rendere politicamente insostenibile l’idea di bombardieri nuclearmente armati in pattugliamento continuo. Le due tragedie dimostrarono la validità dei meccanismi di sicurezza che evitarono esplosioni termonucleari accidentali, ma mostrarono anche che la deterrenza poteva generare un disastro strategico senza alcuna intenzione nemica.

Dopo Thule, Chrome Dome venne definitivamente sospesa nel 1968, non perché la deterrenza non servisse più, ma perché il rischio accidentale e il costo politico erano diventati troppo alti. Chrome Dome è oggi considerata un precedente storico essenziale anche nel dibattito contemporaneo sui limiti strutturali delle architetture di sicurezza “totale”.

Bonifica tra i ghiacci: Operation Crested Ice

Dopo Palomares, il governo franchista impose il divieto di sorvolo nucleare del proprio territorio. Nel caso danese e groenlandese, governo e popolazione furono invece collaborativi.

Venne varata l’ “Operation Crested Ice”. L’incidente del 21 gennaio 1968 nei pressi della Thule Air Base rappresentò una sfida tecnologica molto onerosa. La gestione della contaminazione avvenne in condizioni estremamente complesse, con temperature medie di oltre -30°C e nella notte artica. A seguito della dispersione di materiale fissile, in particolare plutonio, sul ghiaccio marino della baia di North Star, la bonifica comportò impiego di manodopera locale e danese, esposizione prolungata di personale civile e militare a rischi radiologici, spesso in un quadro di informazioni incomplete, e rimozione e trasporto di grandi quantità di ghiaccio e detriti contaminati, con impatti logistici ed economici sostenuti in larga parte dal paese ospitante.

Sebbene gli Stati Uniti abbiano gestito l’operazione sotto il profilo tecnico, la responsabilità territoriale e ambientale ricadde su Danimarca e Groenlandia, che dovettero accettare la presenza di contaminazione residua a bassa intensità in un ecosistema fragile. Per la Groenlandia, allora priva di autonomia politica sostanziale, l’incidente mise in evidenza una asimmetria strutturale di un territorio che sopportava i rischi ambientali e sanitari, con decisioni strategiche che erano prese altrove, mentre le popolazioni locali furono coinvolte marginalmente nei processi decisionali e informativi. Negli anni successivi, la questione del plutonio disperso e delle condizioni di lavoro durante la bonifica divenne elemento ricorrente nel dibattito politico groenlandese, contribuendo alla sensibilità verso autodeterminazione, trasparenza e sicurezza ambientale.

Per la Danimarca, Crested Ice rappresentò una frattura tra la dichiarata politica di territorio “nuclear-free” e la realtà della presenza nucleare statunitense in Groenlandia nel quadro alleato. Il governo dovette sostenere il costo politico interno dell’incidente, gestire le relazioni diplomatiche con Washington e, nel lungo periodo, richieste di chiarimento, risarcimento e riconoscimento dei rischi subiti dal personale coinvolto. Questo rafforzò una linea più prudente di Copenhagen sul tema della presenza nucleare alleata e alimentò una maggiore attenzione alla sovranità ambientale nei territori artici. Dal punto di vista strategico, Crested Ice dimostra che la deterrenza non trasferiva solo benefici di sicurezza, ma anche costi materiali e politici sugli Stati ospitanti.

Danimarca e Groenlandia accettarono durante la Guerra fredda rischi ambientali e politici estremamente elevati in nome dell’alleanza con gli Stati Uniti, concedendo territori senza esercitare alcun controllo sulle attività nucleari condotte al suo interno. Thule mise in luce questa asimmetria, compresa la contaminazione nucleare su un territorio alleato, con conseguenze sanitarie, ambientali e politiche di lungo periodo. Questo precedente pesa ancora oggi nel dibattito danese e groenlandese sulla presenza militare statunitense[30] e qualsiasi nuova formula “illimitata” dovrà fare i conti con memoria storica e richieste di trasparenza e garanzie ambientali assai più stringenti rispetto al passato.

Tornando a Thule come base aerea, essa aveva una precisa rilevanza stante la sua particolare posizione strategica e come pista alternativa in caso di emergenze di  volo. Ma essa assunse rapidamente anche un ruolo centrale con l’installazione del Ballistic Missile Early Warning System, trasformandosi da avamposto logistico a sensore critico dell’architettura di deterrenza occidentale.

BMEWS: dallarma al tempo (e dal tempo al controllo)

Qui è utile una premessa tecnica. Negli anni Sessanta, ma anche oggi, la copertura satellitare delle alte latitudini presenta vincoli[31]. Normalmente i satelliti geostazionari sull’equatore non riescono a osservare adeguatamente la regione polare; mettere in orbita polare satelliti è possibile, ma il loro transito è rapido e richiede costellazioni numerose. Esiste tuttavia un’orbita fortemente ellittica (Molniya[32], utilizzata per prima dai sovietici) che dura 12 ore che passa per il perigeo a circa 200 km sopra il Polo Sud, poi “si affaccia” sul Polo Nord e raggiunge i 40.000 km all’apogeo. In quel tratto, i sensori possono essere puntati sulla zona polare per circa 8 ore, mantenendo l’osservazione a lungo. Con tre satelliti in sincrono la zona polare settentrionale può essere coperta in modo sufficiente, perlomeno per tracciare eventuali lanci di missili con la loro importante traccia termica. Ma negli anni della Guerra fredda era preferibile non affidarsi ai soli satelliti e alle loro orbite sperimentali e si dovette ricorrere a una copertura radar dell’orizzonte sopra la calotta polare.

Il BMEWS era stato preceduto da una prima linea radar nel 1953, con possibilità ridotte di intercettare l’arrivo di bombardieri. Nel 1957 venne sviluppata una seconda linea (DEW Line), che sondava più in profondità gli spazi sopra la calotta polare, ampliando il tempo decisionale soprattutto contro velivoli. Con l’introduzione degli ICBM (Inter Continental Ballistic Missile) nessuna delle due linee era più sufficiente in quanto missili a velocità elevatissime e a quote spaziali richiedevano un salto tecnologico.

Il Ballistic Missile Early Warning System (BMEWS) rappresenta uno dei pilastri meno visibili ma più determinanti della deterrenza nucleare occidentale. Sviluppato alla fine degli anni Cinquanta e reso operativo nei primi anni Sessanta, fu concepito per rispondere a una vulnerabilità fondamentale emersa con i missili balistici intercontinentali ovvero la drastica riduzione dei tempi di preavviso tra lancio e impatto sul territorio nordamericano. In un contesto in cui un ICBM[33] dal suolo sovietico poteva colpire gli Stati Uniti in meno di mezz’ora, anche pochi minuti di allerta precoce potevano fare la differenza tra una risposta organizzata e una paralisi decisionale. Le traiettorie più brevi tra URSS e Nord America attraversavano inevitabilmente il Polo Nord.

Installare radar ad alta potenza in Groenlandia (Thule/Site J), Alaska (Clear AFS) e Regno Unito (North Yorkshire, RAF Fylingdales) consentiva di intercettare i lanci sovietici nella fase iniziale, offrendo una copertura che pochi altri posizionamenti avrebbero garantito. Tutte le informazioni della rete venivano inviate istantaneamente al centro nevralgico del sistema di controllo, collegato al circuito NORAD (Peterson/Colorado e Cheyenne Mountain Complex). In questo senso, la Groenlandia divenne non una periferia, ma un anello della catena di sopravvivenza strategica americana. La stazione BMEWS di Thule, entrata in funzione nel 1961, era dotata di radar di dimensioni monumentali, capaci di rilevare oggetti a migliaia di chilometri di distanza.

Nel corso dei decenni, il BMEWS è stato aggiornato e integrato in sistemi più ampi. A partire dagli anni Ottanta e Novanta, i radar di Thule vennero collegati a reti satellitari e a sistemi di comando e controllo sempre più sofisticati, fino a confluire nelle attuali architetture di difesa missilistica e di sorveglianza spaziale. Questo spiega perché Thule sia oggi considerata meno una base aerea tradizionale e più un hub informativo strategico, passaggio sancito simbolicamente dal trasferimento alla U.S. Space Force e dalla ridenominazione in Pituffik Space Base.

Dal punto di vista politico, la presenza del BMEWS ha implicazioni profonde in quanto ha reso l’isola imprescindibile per la sicurezza statunitense, indipendentemente dalle dinamiche interne della NATO. Al tempo stesso, ha esposto Danimarca e Groenlandia a rischi indiretti, trasformandole in potenziali obiettivi strategici pur in assenza di capacità offensive proprie.

In prospettiva storica, BMEWS rappresenta il passaggio definitivo dall’Artico come spazio di transito dell’arma all’Artico come spazio di sorveglianza permanente. Se Chrome Dome incarnava deterrenza fondata sulla presenza fisica e sul rischio calcolato, BMEWS inaugurò deterrenza fondata su informazione, previsione e controllo del tempo. È questa logica, più che ogni altra, a spiegare perché la Groenlandia rimanga un nodo strategico insostituibile. Il valore strategico di Thule non risiedeva nella capacità offensiva, ma nella possibilità di guadagnare tempo[34], l’elemento decisivo nell’Equilibrio del Terrore. La traiettoria storica mostra come la Groenlandia sia stata progressivamente integrata in una logica di deterrenza informativa, più che territoriale.

Camp Century e Project Iceworm: quando il ghiaccio smentisce la strategia

Negli anni bui del confronto tra USA e Urss vennero realizzate iniziative di vario genere. Molte di carattere strategico altre di carattere sperimentale. E i dintorni di Thule vennero coinvolti da una inedita iniziativa da parte dello US Army che prevedeva l’utilizzo della calotta polare a fini bellici.

Il confronto con Camp Century e Project Iceworm è, in questo senso, istruttivo. Il tentativo statunitense di utilizzare la calotta glaciale come infrastruttura militare permanente per il dispiegamento di missili nucleari mobili fallì non per ragioni politiche, ma per la dinamica fisica del ghiaccio. La calotta si rivelò un sistema instabile, in continuo movimento, incompatibile con la permanenza di strutture complesse.

Project Iceworm era un piano segreto dell’US Army per creare una rete di tunnel sotto la calotta groenlandese che potesse ospitare silos/missili nucleari “mobili”, spostati lungo una rete viaria celata, per essere difficili da neutralizzare e più sopravviventi a un first strike. Lo scopo era offensivo-strategico, basato su deterrenza/first-second strike. L’operazione richiedeva una copertura pubblica, così per testare fattibilità e costruzione, gli USA costruirono Camp Century (1959), presentandolo come avamposto scientifico[35], una “città sotto il ghiaccio” per ricerca e sperimentazione artica, ma in realtà collegato alla fattibilità di Iceworm.

Camp Century era realizzato con tunnel e strutture interne e, per alimentarlo energeticamente, fu dotato di un reattore nucleare portatile PM-2A. Il progetto fallì in breve, considerato che il ghiaccio non si comportava come roccia, ma come acqua ghiacciata in lento flusso, deformando i tunnel e schiacciando le strutture civili e militari, rendendo impossibile mantenere stabile una rete vasta.

Iceworm restò classificato fino agli anni ’90 e con la declassificazione mostrò quanto la Danimarca, nel contesto della Guerra fredda, fosse disposta a tollerare opzioni molto ampie sul proprio territorio groenlandese, incluse le più discutibili.

L’esperienza dimostrò che l’Artico non può essere piegato a modelli terrestri di militarizzazione perché la geografia non è sfondo della strategia, ma un attore che ne condiziona profondamente le possibilità.

SSBN e bastioni artici

Non possiamo tralasciare una minaccia che proviene dalla Guerra Fredda[36]. La minaccia nucleare sottomarina. Gli SSBN (Ship Submersible Ballistic Nuclear) sono sottomarini a propulsione nucleare armati con missili balistici intercontinentali. Grazie al reattore nucleare, possono restare immersi per mesi senza riemergere, garantendo la capacità di secondo colpo e quindi la stabilità della deterrenza nucleare.  Durante la Guerra Fredda, l’Unione Sovietica sviluppò i cosiddetti “bastioni artici” nel Mare di Barents e nel Mare di Okhotsk, delle aree protette sotto la banchisa e difese da forze navali convenzionali, dove gli SSBN potevano operare con elevata sopravvivenza grazie alla relativa copertura naturale della calotta polare[37], sfruttando lo spessore dei ghiacci come barriera contro la sorveglianza aerea e satellitare. Questa postura costituiva uno dei pilastri della Mutual Assured Destruction.

Fusione dei ghiacci e redistribuzione della deterrenza

L’attuale fusione progressiva della calotta e la riduzione dello spessore della banchisa producono un effetto ambivalente. Da un lato, riducono la protezione naturale sotto cui i battelli possono occultarsi, dall’altro, ampliano significativamente le aree navigabili e potenzialmente utilizzabili per il lancio. Zone un tempo impraticabili o stagionalmente inaccessibili diventeranno spazi operativi per periodi sempre più lunghi dell’anno.

In termini balistici, un SSBN che operi più a nord o in nuove porzioni dell’Artico centrale può modificare le geometrie di lancio e comprimere ulteriormente i tempi di preallerta verso il continente nordamericano. L’Artico non sarà più soltanto corridoio di transito per traiettorie intercontinentali terrestri ma diventerà anche spazio marittimo di dispersione strategica[38].

Il risultato strategico diventa un paradosso climatico dove la riduzione del ghiaccio non elimina la minaccia nucleare, ma ne muta la distribuzione spaziale. Il Polo che si apre non è solo una scorciatoia commerciale ma diventa un ambiente operativo che si ridefinisce. L’attenzione verso la Groenlandia si colloca anche in questo contesto in quanto essa non è semplicemente un sensore verso Mosca, ma un nodo avanzato in un mare artico che cessa di essere barriera e diventa teatro[39].

Dalla Iron Dome for America” alla Golden Dome”: il sogno dello scudo e la tentazione dellinvulnerabilità

Queste lezioni storiche aiutano a comprendere l’evoluzione concettuale che conduce alle discussioni su Iron Dome (rinominato successivamente Golden Dome). Golden Dome va inteso come un sistema integrato, multi-dominio e fortemente basato sull’informazione, in cui sensori terrestri, navali e spaziali operano in rete per anticipare, tracciare e neutralizzare minacce in tempi estremamente ridotti[40]. In tale schema, la Groenlandia non è una piattaforma di lancio, ma un nodo informativo e temporale di primaria importanza.

Nel lessico politico recente, Golden Dome è diventato il nome di un progetto ambizioso che prevede una nuova difesa per proteggere il territorio statunitense da vecchie e nuove minacce missilistiche (balistiche, da crociera, ipersoniche), integrando sensori terrestri e spaziali e, potenzialmente, nuovi componenti orbitanti.

La cornice istituzionale è legata all’Executive Order 14186 del 27 gennaio 2025 (“The Iron Dome for America”), che indica come obiettivo la difesa del territorio statunitense contro “ballistic, hypersonic, and cruise missiles” e ordina al Dipartimento della Difesa una serie di requisiti, con successive analisi e note del Congressional Research Service sui nodi tecnologici, industriali e di governance.

Sul piano politico-mediatico, il progetto è stato presentato con orizzonti temporali e costi molto ambiziosi, ma con progressi discussi e dibattuti e un anno dopo l’avvio, diverse fonti evidenziano ritardi, scelte architetturali ancora contendibili e un percorso tutt’altro che lineare. Sul piano operativo, una parte rilevante dei dettagli resta classificata. Tuttavia, nel dibattito pubblico e nei rapporti CRS, “Golden Dome” appare come un concetto multi-strato composto da sensori (inclusi sensori spaziali di tracking), rete C2/BMC e una combinazione di intercettori esistenti e potenziali capacità nuove.

Il punto geostrategico è che lo “scudo” deve essere posto in luoghi che massimizzano l’anticipo di scoperta e la finestra d’intercetto con l’Artico che torna ad essere il corridoio più corto. Il POTUS ha annunciato pubblicamente il progetto di difesa missilistica spaziale quale priorità nazionale per la protezione del territorio statunitense da attacchi con missili balistici, ipersonici, droni e vettori lanciati dallo spazio, con un costo previsto di 175 miliardi di dollari, mentre stime alternative proiettano cifre molto più alte a piena implementazione. La Groenlandia diventa quindi centrale[41] anche per Golden Dome per intercettare rotte delle minacce provenienti da potenziali atti ostili di Russia e Cina, con i nuovi missili ipersonici e profili di traiettoria meno prevedibili, anticipando sul territorio artico l’intercettazione preventiva delle minacce, nonostante le problematiche legali legate al Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967.

Possesso”, uso”, illimitato”: dalla comunicazione politica alla sostanza giuridica

Da qui i tentativi da parte dell’amministrazione Trump, inizialmente in modo interlocutorio nel primo mandato, fino a recenti pressioni, per ottenere la Groenlandia o una forma di controllo operativo più estesa. Come, in precedenza qui già indicato, varie proposte di acquisizione hanno riguardato volta per volta varie possibilità iniziando col tentativo di acquistare l’isola dal governo danese, poi con la proposta alla popolazione residente di ottenere cittadinanza statunitense con cifre di incentivo pro capite e status simile a quello di Portorico in caso di distacco da Copenhagen, fino a far balenare la possibilità di azione manu militari, poi pubblicamente esclusa. Il Presidente ha però insistito su una narrativa secondo cui gli Stati Uniti, “restituendo” la Groenlandia alla Danimarca dopo la Seconda guerra mondiale, avrebbero commesso un errore. In realtà gli Stati Uniti non hanno mai avuto sovranità sulla Groenlandia, avendo avuto solo un mandato emergenziale di protezione, firmato dall’Ambasciatore danese a Washington in un contesto eccezionale. D’altronde, nella percezione politica americana, l’utilizzo operativo di territori concessi può essere erroneamente sovrapposto all’idea di sovranità, come accaduto nell’episodio della “notte di Sigonella” del 1985.

Le recenti dichiarazioni circa la possibilità di un accordo “illimitato” con Danimarca e Groenlandia richiedono, a questo punto, una lettura giuridica attenta. Nel diritto internazionale, la durata indeterminata di un trattato non equivale a un vincolo perpetuo. Nel lessico politico, “illimitato” è una formula di forza negoziale; nel lessico giuridico, la durata indeterminata è una clausola tecnica che resta soggetta a consenso, revisione e, in casi specifici, denuncia. La differenza tra le due dimensioni è sostanziale.

L’accordo del 1951 stesso, privo di una data di scadenza, è stato nel tempo reinterpretato e adattato senza mai trasformarsi in una cessione di sovranità. Il linguaggio politico dell’“illimitato” va quindi compreso come segnale strategico e negoziale più che come formula giuridica in senso stretto.

Nel quadro del diritto internazionale la questione della durata di un accordo tra Stati è regolata dalla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati[42] (1969). In generale, il diritto internazionale non impone che un trattato abbia durata determinata. Questo  può essere a tempo determinato o indeterminato, salvo clausole di recesso e nel rispetto delle regole su validità e consenso. La Convenzione disciplina denuncia, revisione e cessazione in condizioni specifiche; e prevede che un cambiamento fondamentale delle circostanze possa, in casi eccezionali e con criteri restrittivi, essere invocato per recedere o sospendere l’applicazione[43]. In questo senso, “illimitato” non significa “irrevocabile” in automatico.

Storicamente, esempi di accordi territoriali includono Hong Kong (affitto a termine di 99 anni come scelta politica); Guantánamo Bay (concessione a tempo indeterminato, revocabile solo con consenso di entrambe le parti, nata in un contesto storico diverso e oggi politicamente contestata); basi britanniche a Cipro (Sovereign Base Areas, permanenti). Dunque, un accordo “illimitato” è giuridicamente concepibile, ma il punto critico non è la durata ma la qualità del consenso e la compatibilità con principi strutturali.

Nel diritto internazionale contemporaneo valgono tre limiti invalicabili. Il primo riguarda l’Integrità territoriale e il divieto di coercizione in quanto uno Stato non può essere privato, neppure parzialmente, del controllo del proprio territorio per coercizione o pressione indebita, secondo la Carta dell’ONU all’art. 2.4. Il secondo guarda al principio di Autodeterminazione[44]. La Groenlandia è un territorio con popolazione distinta, ampia autonomia e diritto riconosciuto all’autodeterminazione quindi qualsiasi accordo che conceda poteri esclusivi, giurisdizione piena e controllo territoriale effettivo senza coinvolgimento delle autorità groenlandesi sarebbe giuridicamente vulnerabile. Il terzo prevede il Divieto di annessione mascherata dove un accordo formalmente contrattuale ma sostanzialmente irreversibile, non denunciabile e accompagnato da pressione economica o strategica potrebbe essere qualificato come annessione indiretta, oggi illegale secondo il diritto internazionale consuetudinario.

Trump può dunque proporre un accordo senza termine temporale in astratto però non può imporlo, né aggirare Danimarca e Groenlandia, né trasformare l’uso militare in sovranità mascherata. E in ogni caso, gli Stati Uniti dispongono già di una presenza e di un quadro giuridico che consente ampi margini operativi. Il vero nodo quindi non è “ottenere ciò che non c’è”, ma ottenere legittimazione politica e flessibilità decisionale in un contesto internazionale più competitivo e in un contesto interno groenlandese più sensibile e autonomo rispetto agli anni della Guerra fredda.

 

La governance atlantica come stress test: NATO, consenso e tempi di reazione

Gli Stati Uniti necessitano di poter contare su reazioni immediate, che non possono sottostare alle dinamiche interne all’Alleanza Atlantica.

Il nodo centrale rimane sulla governance interna al Patto Atlantico. La NATO opera per consenso, un meccanismo che equivale di fatto all’unanimità. Questo modello ha garantito coesione politica durante la Guerra fredda e oltre, ma mostra limiti crescenti in contesti che richiedono rapidità decisionale, continuità strategica e gestione di domini emergenti come l’Artico e lo spazio. Con oltre trenta membri, ciascuno soggetto a dinamiche interne e pressioni esterne, l’Alleanza rischia una paralisi funzionale proprio nei settori più sensibili per la sicurezza statunitense.

Separare lo stile politico dalla sostanza analitica diventa essenziale. Al di là dei toni e delle modalità comunicative, la posizione americana riflette una valutazione razionale della competizione sistemica con Russia e Cina. Mosca considera l’Artico uno spazio militare storico e vi ha investito in modo massiccio[45]. Pechino, autodefinitasi “near-Arctic state”, persegue una strategia[46] paziente e prevalentemente economica, orientata a infrastrutture, ricerca e accesso alle risorse. La risposta statunitense privilegia il controllo informativo e temporale rispetto all’occupazione territoriale e mira a ridurre al minimo i vincoli decisionali esterni su un asset considerato vitale.

La trasformazione climatica introduce una continuità paradossale con il passato. Durante la Guerra fredda il ghiaccio era scudo naturale statico ma oggi è variabile instabile che apre opportunità e rischi. Se negli anni Cinquanta e Sessanta l’Artico serviva a nascondere e proteggere, oggi serve a vedere, muoversi e decidere col necessario anticipo. In questo senso, la Groenlandia passa da essere il vecchio margine congelato della deterrenza a un nuovo moltiplicatore dinamico di potere[47].

Per Danimarca e Groenlandia, un eventuale accordo ampliato comporterebbe rischi e opportunità. Da un lato, la sensibilità ambientale e la tutela dell’autonomia politica richiederebbero clausole di revisione e consultazione rafforzata. Dall’altro, la crescente centralità strategica potrebbe tradursi in investimenti, visibilità internazionale e un ruolo più incisivo nei processi decisionali.

Conclusione

La Groenlandia non è tornata al centro della discussione geopolitica per un improvviso interesse esotico verso i ghiacci. È tornata centrale perché la geografia polare sta cambiando natura. Durante la Guerra Fredda, l’Artico era una superficie di separazione costituita da ghiaccio, distanza, opacità. Oggi è uno spazio che si assottiglia, si apre, si rende operabile.

Il corridoio polare rimane la traiettoria più breve tra le principali potenze nucleari del pianeta. Le traiettorie ortodromiche non sono cambiate ma è mutato il contesto fisico in cui esse si inseriscono. Sensori, intercettori, piattaforme subacquee, rotte commerciali e satelliti si sovrappongono nello stesso dominio geografico.

L’Alaska dimostra che la prossimità territoriale con la Russia è un dato storico. Le isole Diomede nello Stretto di Bering ricordano che Stati Uniti e Russia si fronteggiano da meno di quattro chilometri di mare. Ma la questione non è la contiguità fisica ma il controllo del tempo decisionale.

La Groenlandia concentra questa tensione. È territorio formalmente alleato ma non statunitense. È piattaforma informativa collocata lungo l’arco dei grandi cerchi che collegano Mosca a Washington. È margine glaciale che diventa snodo marittimo. È spazio dove la riduzione del ghiaccio non significa fine della competizione, ma trasformazione della stessa.

Dire che lo scioglimento polare apre nuove rotte commerciali è corretto ma incompleto. Esso apre anche nuove geometrie di pattugliamento, nuove aree di lancio, nuove finestre di intercetto. L’Artico che emerge non è solo un mare più navigabile ma un dominio più complesso.

In questo quadro, la retorica del “possesso” appare secondaria rispetto alla logica dell’anticipo. Non è la sovranità simbolica a determinare la centralità della Groenlandia, ma la sua posizione lungo la traiettoria che accorcia le distanze strategiche. La questione non è espandere confini, ma ridurre incertezze.

La Groenlandia è il punto in cui la geometria terrestre incontra la politica della deterrenza. E in un sistema nucleare fondato sui minuti, la posizione lungo l’arco dei grandi cerchi conta più della superficie apparente.

 

Bibliografia

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[1] Klaus Dodds, The Arctic: What Everyone Needs to Know, Oxford University Press, Oxford, 2021, pp 90-98

[2] ISPI Newsletter : “Perchè Trump è così interessato alla Groenlandia”, Bergantino, A.S., 20/1/2025

[3] ISPI Newsletter: “Groenlandia: geopolitica artica sotto pressione”, Urbani Grecchi S., 9/1/2026

[4] Mark Monmonier, Rhumb Lines and Map Wars: A Social History of the Mercator Projection, University of Chicago Press, Chicago, 2004, pp 5-18

[5] Niels Henriksen (ed.), Geology of Greenland Survey Bulletin, Geological Survey of Denmark and Greenland (GEUS), Copenhagen, (Bulletin 18, 2008), pp 24-31

[6] Gad, Finn, The History of Greenland, 3 vols., Hurst & Company, London, 1970–1982, pp 215-222

[7] Kirsten A. Seaver, The Frozen Echo: Greenland and the Exploration of North America, ca. A.D. 1000–1500, Stanford University Press, Stanford (CA), 1996, pp 25-46

[8] Gwyn Jones, The Norse Atlantic Saga: Being the Norse Voyages of Discovery and Settlement to Iceland, Greenland and North America, Oxford University Press, Oxford, 1986 (rev. ed.), pp 170-176

[9] Diamond, Jared, Collapse: How Societies Choose to Fail or Succeed, Viking, New York, 2005, pp 220-240

[10] Lidegaard, Bo, A Short History of Denmark in the 20th Century, Gyldendal, Copenhagen, 2009, pp 15-36

[11] Bo Lidegaard, “A short History of Denmark in the 20th Century”, Gyldendal, Copenhagen, 2009, pp 103-153

[12] Mark Nuttall, Arctic Homeland: Kinship, Community and Development in Northwest Greenland, University of Toronto Press, Toronto, 1992, pp 112-130

[13] Self-Government Act of Greenland, Act No. 473 of 12 June 2009, Government of Denmark, §§1-2,21

[14] ISPI Newsletter: “Groenlandia: un anno di tensioni”, Minola E., “ 20/1/2026

[15] IPCC, Sixth Assessment Report (AR6), Working Group I: The Physical Science Basis, Intergovernmental Panel on Climate Change, Geneva, 2021, pp 440-446

[16] Frédéric Lasserre (ed.), Arctic Shipping: Climate Change, Commercial Traffic and Geopolitics, Routledge, London, 2014, pp 3-28, 51-72, 119-138

[17] ISPI Newsletter : “Artico: geopolitica di una partita a due”, c.s., 21/3/2025

[18] Government of Greenland (Naalakkersuisut) Greenland’s Mineral Strategy 2020–2024, Nuuk, 2020, pp 19-27

[19] Circum-Arctic Resource Appraisal: Estimates of Undiscovered Oil and Gas North of the Arctic Circle, USGS Fact Sheet 2008–3049, Washington D.C., 2008, pp 2-4

[20] Nukissiorfiit, Annual Report 2024, Nuuk, Nukissiorfiit, 2025, pp. 5, 32-33

[21] Tusass, Annual Report 2022, Nuuk, Tusass, 2023, p. 17.

[22] ISPI Newsletter : “Podcast Globally: La Groenlandia non è in vendita”, c.s., 7/2/2025

[23] Permanent Court of International Justice, Legal Status of Eastern Greenland (Denmark v. Norway), Judgment of 5 April 1933, Series A/B, No. 53, The Hague, pp 63-76

[24] ISPI Newsletter: ”L’ossessione di Trump per la Groenlandia”, De Luca A., 26/3/2025

[25] ISPI Newsletter: “Trump a Davos: una mezza svolta, molte ambiguità”, De Luca A., 23/1/2026

[26] Government of Denmark & Government of the United States of America,Agreement Between the United States and Denmark Relating to the Defense of Greenland, Signed April 27, 1951, (UNTS), vol. 144, p 199/ TIAS No. 2242

[27] Scott D. Sagan, The Limits of Safety: Organizations, Accidents, and Nuclear Weapons, Princeton University Press, Princeton (NJ), 1993, pp 26-73

[28] Eric Schlosser, Command and Control: Nuclear Weapons, the Damascus Accident, and the Illusion of Safety, Penguin Press, 2013, pp 172-173

[29] Chuck Hansen, U.S. Nuclear Weapons: The Secret History, Aerofax, Arlington (TX), 1988, pp 154-165

[30] Barry Scott Zellen, Arctic Doom, Arctic Boom, Praeger, Santa Barbara (CA), 2009, pp 85-89, 140-150

[31] David Wright, Laura Grego & Lisbeth Gronlund, The Physics of Space Security, American Academy of Arts & Sciences, Cambridge (MA), 2005, pp 23-37, 41-48

[32] James R. Wertz & Wiley J. Larson (eds.), Space Mission Analysis and Design, Microcosm Press / Kluwer Academic Publishers, El Segundo (CA), 1999, pp 103-114

[33] Bruce G. Blair, Strategic Command and Control: Redefining the Nuclear Threat, Brookings Institution Press, Washington D.C., 1985, pp 52-73

[34] Scott D. Sagan, The Limits of Safety, Princeton University Press, Princeton (NJ), 1993, pp 1-23, 185-210

[35] Kristian H. Nielsen & Henry Nielsen, “Camp Century: The Untold Story of America’s Secret Arctic Military Base”, Technology and Culture, Vol. 57, No. 3, 2016, pp 1010-1026

[36] Owen R. Cote Jr., The Third Battle: Innovation in the U.S. Navy’s Silent Cold War Struggle with Soviet Submarines, Naval War College Newport Paper No. 16, 2003, pp 9-28, 45-60

[37] Norman Polmar & Kenneth J. Moore, Cold War Submarines: The Design and Construction of U.S. and Soviet Submarines, Potomac Books, Washington D.C., 2004, pp 121-149, 189-207

[38] Shiloh Rainwater, “Race to the North: China’s Arctic Strategy and Its Implications”, Naval War College Review, Vol. 66, No. 2, 2013, pp 69-78

[39] Heather A. Conley & Caroline Rohloff, The New Ice Curtain: Russias Strategic Reach to the Arctic, Center for Strategic and International Studies (CSIS), Washington D.C., 2015, pp 3-41

[40] National Research Council, Making Sense of Ballistic Missile Defense, National Academies Press, Washington D.C., 2012, pp 21-46, 63-89

[41] ISPI Newsletter: ”Groenlandia:Trump torna alla carica”, c.s., 23/12/2025

[42] Mark E. Villiger, Commentary on the 1969 Vienna Convention on the Law of Treaties, Martinus Nijhoff Publishers, Leiden/Boston, 2009, pp 681-707, 756-780

[43] Anthony Aust, Modern Treaty Law and Practice, Cambridge University Press, Cambridge, 2013 (3rd ed.), pp 164-185, 278-303

[44] Antonio Cassese, Self-Determination of Peoples: A Legal Reappraisal, Cambridge University Press, Cambridge, 1995, pp 101-140, 171-198

[45] Heather A. Conley et al., The New Ice Curtain: Russia’s Strategic Reach to the Arctic, CSIS, Washington D.C., 2015, pp 9-36

[46] Anne-Marie Brady, China as a Polar Great Power, Cambridge University Press, Cambridge, 2017, pp 1-22, 83-112

[47] Klaus Dodds & Mark Nuttall (eds.), The Scramble for the Poles, Polity Press, Cambridge, 2016, pp 37-64, 129-158