di M. Paola Pagnini, Alessandro Bonifazi[1]
Le dinamiche interne che caratterizzano la Striscia di Gaza e la Cisgiordania sono spesso raccontate attraverso la lente geopolitica macro-regionale, incentrata sullo scontro “Hamas – Israele”. Tuttavia, la geografia del potere delle aree in questione tratta di complessi mondi sociali: le varie realtà palestinesi, da un lato; e, dall’altro, le comunità dei coloni israeliani in Cisgiordania. Comprenderli significa leggere la regione sia come teatro di conflitto, che come spazio abitato da strutture comunitarie che sopravvivono alle istituzioni formali, in alcuni casi persino sostituendole. Entrambi rappresentano società parallele, radicate molto più delle istituzioni statali nel territorio: a Gaza, il tessuto sociale si caratterizza da forme tribali e proto-tribali presenti sin dall’epoca preislamica. Tribù, clan e famiglie notabili urbane caratterizzano ancora le dinamiche dei conflitti (Robinson, 2008). In queste realtà prevale la logica del legame di sangue, dell’onore e della solidarietà è il principio organizzativo essenziale. Hamas non può prescindere dal ruolo di esse, attori capaci di governare parti di territorio, garantire protezione, risolvere dispute e mobilitare uomini armati (Tuastad, 2022). Sul versante opposto, in Cisgiordania, i coloni israeliani formano una società ibrida composta da segmenti religiosi e ideologici molteplici: ultraortodossi, religiosi-nazionali, tradizionali, laici, gruppi giovanili radicalizzati. Tutt’altro che un blocco monolitico. Quello dei coloni è un insieme eterogeneo di comunità che interpretano, a seconda delle appartenenze, il territorio come missione spirituale oltre che progetto politico, scelta economica e identità culturale (Carminati, 2021; Bartolomei, 2021). A fungere da collante sono fede, ideologia e la convinzione teologica o politica che la Terra dei padri appartiene loro e debba essere difesa. Questo mosaico ha avuto rapporti ambivalenti con lo Stato ebraico, passando da fasi di dialogo a fasi conflittuali (Timeto & Fragnito, 2025). Il risultato è che, da entrambe le parti, la costruzione del potere reale non coincide mai pienamente con quella del potere formale (Tuastad, 2022). Hamas tenta di governare Gaza senza i clan, ma non può riuscirci; il governo israeliano incoraggia gli insediamenti, ma non può controllare le dinamiche dei coloni più radicali (Carminati, 2021).
La struttura sociale gazawa: tribù, clan e famiglie urbane

Fonte: France24[2]
Quando si parla della società palestinese a Gaza, la prima difficoltà è liberarsi dell’idea che la Striscia sia un territorio controllato solo da Hamas. La stratificazione interna è antica, radicata e complessa (Robinson, 2008). A Gaza convivono tre livelli: tribù, clan e famiglie notabili urbane.
Le tribù
Il livello tribale è quello più lontano dall’immaginario europeo. Tale struttura continua oggi a operare soprattutto tra le famiglie beduine, le quali mantengono genealogie chiare e una memoria orale molto forte. Si tratta di gruppi ampi, che raccolgono al loro interno diversi clan e fanno risalire la propria identità a un antenato comune, reale o forse mitizzato (Robinson, 2008). A Gaza vengono riconosciute sei grandi confederazioni tribali: Hayawat, Tarabin, Tayaha, Jahalin, Azazma, Ijbara. Si tratta di nuclei che precedono di secoli la nascita del nazionalismo palestinese e perfino l’urbanizzazione moderna della costa. L’autorità tribale è sociale e in molte aree di Gaza, vale più della legge formale. Fra le sue mansioni: sancire matrimoni, pacificazioni, compensazioni economiche e, soprattutto, occuparsi della gestione dell’onore (Robinson, 2008)[3].
I clan (hamula)
È essenziale conoscere i clan e le loro funzioni per comprendere la Striscia. A Gaza prevale la la logica delle famiglie allargate: la hamula è un’istituzione in sé, un’autorità pre-statale in quanto pre esistente, parallela tanto allo Stato quanto al partito. Nellla struttura dei clan l’autorità nasce dalla genealogia, dal lignaggio, dal prestigio interno alla hamula (Robinson, 2008; Tuastad, 2021). Il clan è un’unità che si definisce attraverso: ampiezza numerica, solidarietà interna obbligatoria, ruoli di mediazione e gestione dell’onore, capacità di mobilitare forza armata, anche minima, ma organizzata, presidio territoriale. È il motivo per cui Hamas, come prima Fatah, e, prima ancora, l’amministrazione militare egiziana, ha sempre dovuto negoziare la propria presenza con le hamula radicate sul territorio (Tuastad, 2022). La mediazione ricopre un ruolo cruciale nella struttura clanica. Davanti a una disputa, un debito, o un problema fra i suoi componenti, il clan entra in scena attraverso un comitato ristretto di anziani (Robinson, 2008). Il meccanismo è standardizzato: raccolta delle versioni, proposta di compensazione, assegnazione delle responsabilità e garanzia collettiva dell’accordo. Se una delle parti non rispetta l’intesa, è la stessa hamula a subire il danno di immagine, non solo l’individuo reo. È questo punto, la responsabilizzazione collettiva, che mantiene un certo equilibrio in aree dove la legge statale ha un raggio d’azione limitato. Fra le funzioni attribuite al clan vi è anche la mobilitazione armata. Clan influenti come i Doghmush, molto presenti a Gaza City, o gli Hilles, storicamente schierati con Fatah, hanno dimostrato di poter schierare decine di uomini armati, anche se non in forma di milizia organizzata come Hamas o la Jihad Islamica (Tuastad, 2022). Questa capacità di mobilitazione ha permesso ai clan più grandi di: controllare quartieri interi, opporsi a tentativi di centralizzazione del potere, proteggere le proprie attività economiche, influenzare lo spostamento delle alleanze durante i picchi di instabilità. In più momenti della storia recente, le famiglie armate hanno avuto un ruolo decisivo. Un esempio emblematico è il 2007, durante il confronto fra Hamas e Fatah: in quella fase gli Hilles furono di fatto costretti a lasciare la Striscia, e non pochi di loro cercarono riparo in Israele per sottrarsi alla repressione (Tuastad, 2022)[4].
I principali clan
I gruppi più noti e rilevanti, sono i seguenti: al-Masri, numerosissimi, circa 20.000 persone. Il loro nome rimanda all’Egitto; Kafarna, radicati nel nord della Striscia, influenti nelle comunità più periferiche; Hilles, storicamente legati a Fatah; Doghmush, tra le famiglie più influenti di Gaza City. Un passato complesso di reti familiari miste tra religione, criminalità organizzata e gruppi armati; Abu Samhadana e Abu M’adeen, ubicati prevalentemente a Rafah; in passato vicini a Fatah; Khalois, il nome richiama l’idea di “purezza”. La loro struttura è rurale; Muiyhan, famiglie tradizionalmente agiate. Predilezione di reti economiche anziché militari; al-Astal, diffusi nel sud, protagonisti nella gestione sociale delle comunità locali; Abu Shabab, gruppo numeroso, associato a leadership più giovani.[5]Non tutti i clan hanno un profilo militare, ma ognuno ha un profilo sociale e politico, inteso come capacità di orientare la vita collettiva. Nelle fasi di vuoto di potere questo elemento si rivela particolarmente significativo (Robinson, 2008).
Il rapporto con Hamas
La parola Hamas è una sigla: Ḥarakat al-Muqāwamah al-Islāmiyyah
حركة المقاومة الإسلامية, traducibile come “Movimento di Resistenza Islamica”. Hamas è un gruppo palestinese di orientamento islamista sunnita, nato nel 1987 all’interno dell’ambiente dei Fratelli Musulmani. Sia nella veste di organizzazione militare, che in quella di partito politico, vincitore delle elezioni nel gennaio 2006, ha riunito sotto lo stesso nome attività politiche, iniziative sociali e una struttura armata. Dal 2007 controlla la Striscia di Gaza, dove gestisce amministrazione, servizi sociali e sicurezza interna, affiancato dal proprio braccio armato, le Brigate ‘Izz al-Dīn al-Qassām (Tuastad, 2022). Hamas viene riconosciuto nelle liste del terrorismo con approcci differenti: alcuni Paesi includono l’intero movimento; altri invece limitano la designazione al suo braccio armato. Tra coloro che considerano Hamas nella sua totalità un’organizzazione terroristica figurano Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Unione Europea, Australia, Giappone, Nuova Zelanda, Paraguay, Israele, Panama e, di fatto, anche l’Argentina. Altri governi, in passato, avevano adottato una distinzione fra ala politica e militare, come la Nuova Zelanda, il Regno Unito, l’ Australia o la stessa UE, poi superata con un’estensione della classificazione; il Giappone mantiene formalmente questa distinzione (Tuastad, 2022). Esistono però anche Stati che non includono Hamas in alcuna lista terroristica: Iran, Qatar, Turchia, Russia e Cina, oltre a molti Paesi dell’area MENA (Medio Oriente e Nord Africa). Il movimento fonda la propria visione su un intreccio fra islamismo e nazionalismo palestinese e trova appoggi politici e finanziari soprattutto a Teheran, Doha e Ankara (Tuastad, 2022). Nella Striscia di Gaza Hamas ambisce alla gestione dell’economia locale, scontrandosi con alcuni dei clan sopramenzionati: in questo contesto, parte degli aiuti che arrivano dall’estero, inclusi i generi alimentari destinati alla popolazione civile, viene reimmessa nei circuiti commerciali interni e rivenduta a prezzi più alti, a discapito di una comunità già segnata da condizioni di estrema fragilità (Tuastad, 2022). Il rapporto tra Hamas e le hamula è ambivalente e si basa su un approccio strategico “Divide et impera”: alcune le ha integrate direttamente, offrendo ruoli e stipendi; altre le ha intimidite, per ridurne l’autonomia; con altre ancora, invece, ha adottato un approccio di non ingerenza.[6]
Le famiglie notabili urbane
Queste famiglie fanno parte della borghesia urbana che ha dominato la vita amministrativa ed economico-culturale durante la dominazione ottomana, il mandato britannico fino al 1948. Fra le famiglie più importanti vanno ricordate: al-Shawwa, al-Shanti, al-Sourani, al-Rayes, al-Qudwa (Robinson, 2008). Sono gruppi meno militarizzati e più istruiti, collegati a professioni quali notai, commercianti, funzionari e banchieri. Molte di queste riuscirono a mantenere un ruolo centrale anche dopo la fondazione dello Stato di Israele, adattandosi alle trasformazioni socio-demografiche: negli anni ’70 e ’80, ad esempio, diversi componenti dei Shawwa ricoprivano ruoli di primo piano sia nelle istituzioni locali che nel settore bancario. Gli al-Qudwa, da cui proviene anche Yasser Arafat, erano riconosciuti come una delle famiglie più colte e con maggiore visibilità diplomatica esterna (Robinson, 2008). La loro influenza è diminuita progressivamente dopo il 1994 e in maniera più drastica dal 2007 con il consolidamento del potere di Hamas, a seguito della rottura dei rapporti con Fatah. Fra i motivi delle frizioni con la nuova forza politica vi è la predilezione di network diversi con base sociale meno elitista da parte di quest’ultima. Una volta firmati i recenti accordi di Sharm el Sheikh, la prima mossa di Hamas è stata quella di passare alle armi i clan e le famiglie ostili (Robinson, 2008)[7].
I coloni in Cisgiordania
Fonte: Applied Research Institute – Jerusalem[8]
Quando si parla dei coloni israeliani in Cisgiordania, l’impressione diffusa è quella di una comunità compatta e ideologicamente allineata. In verità, il quadro è l’opposto: una galassia eterogenea, attraversata da divisioni religiose, socioeconomiche e politiche che raramente emergono nei media internazionali (Bartolomei, 2021; Carminati, 2021; Timeto & Fragnito, 2025). La Cisgiordania ospita oggi circa 450.000 coloni israeliani, a cui vanno aggiunti i 220.000 residenti israeliani negli avamposti e nei quartieri di Gerusalemme Est. Essi si dividono in 145 insediamenti ufficialmente riconosciuti e circa 200 avamposti (outposts) non autorizzati, la maggior parte dei quali nasce da iniziative locali, spesso di gruppi giovanili molto radicalizzati. Queste strutture sono il laboratorio delle forme più spinte di insediamento, mentre gli insediamenti riconosciuti hanno una struttura più simile a piccoli centri suburbani. I coloni, invece, si dividono in quattro categorie (Bartolomei, 2021; Carminati, 2021; Timeto & Fragnito, 2025):
Laici
Componente eterogenea, ma crescente del panorama insediativo. Il loro trasferimento nasce da fattori economici e una ricerca di qualità della vita che le grandi città non riescono più a offrire. Provenienti da Tel Aviv, Gerusalemme o Haifa, sono attratti da prezzi delle abitazioni più bassi, spazi abitativi più ampi, servizi locali in espansione nonché da un ritmo quotidiano meno competitivo. Negli ultimi anni, il miglioramento delle infrastrutture stradali e delle connessioni con le aree urbane ha reso gli insediamenti un’opzione concreta per giovani coppie e famiglie della classe media, spesso in cerca di un equilibrio tra lavoro nelle città costiere e vita residenziale più accessibile. Il loro arrivo porta con sé una cultura civica meno ideologizzata e più pragmatica, orientata ai bisogni quotidiani e capace di ridefinire l’equilibrio interno degli insediamenti stessi.[9]
Tradizionali/misti
Questo segmento comprende famiglie che osservano la tradizione ebraica in modo costante, ma non rigido, collocandosi in una posizione intermedia tra la piena laicità e l’ortodossia religiosa. La scelta di trasferirsi negli insediamenti è guidata da un duplice impulso: da un lato le stesse ragioni economiche che attraggono i laici e dall’altro un senso di continuità culturale che rende questi luoghi familiari e accoglienti. L’insediamento non è vissuto in quanto atto politico in sé, ma come ricerca di un luogo ideale dove crescere i figli in un contesto sociale percepito come più coeso rispetto ai grandi centri urbani. Pur non appartenendo all’ala ideologica del movimento dei coloni, rappresentano un elemento stabilizzante, capace di adattarsi a contesti diversi e di favorire la convivenza tra gruppi con identità differenti. In questo senso, il segmento in esame funge da “ponte” tra le famiglie laiche e i gruppi religiosi più strutturati.[10]
Religiosi-sionisti (Dati Leumi)
Rappresentano il nucleo ideologico del progetto insediativo: sono famiglie e comunità che scelgono deliberatamente di vivere negli insediamenti per motivazioni teologiche, nazionaliste e territoriali. La loro identità politica e religiosa discende in larga parte dall’esperienza di Gush Emunim, il movimento nato negli anni ’70 che interpretò la conquista della Cisgiordania del 1967 come un segno provvidenziale. Secondo questa visione la presenza ebraica stabile in Giudea e Samaria è un dovere religioso, una scelta politica e un compito storico, parte integrante della realizzazione del sionismo contemporaneo. Gli insediamenti “ideologici” presentano caratteristiche ricorrenti: comunità coese, scuole religiose interne, leadership rabbiniche autorevoli e un coinvolgimento civile elevato nelle decisioni collettive. Accanto alle yeshivot e alle reti giovanili, queste componenti consolidano un forte radicamento comunitario e una partecipazione politica intensa. I Dati Leumi costituiscono un importante gruppo di pressione esercitata sui governi israeliani allo scopo di espandere o legalizzare gli avamposti, alimentando così una dialettica costante, talvolta cooperativa, talvolta conflittuale, con l’apparato statale israeliano.[11]
Ultraortodossi (Haredim)
Gli Haredim rappresentano la componente demograficamente più dinamica del panorama insediativo, con tassi di natalità fra i più alti dell’intera società israeliana. In queste comunità, avere molti figli viene percepito come un imperativo religioso e, in misura crescente, come un vero e proprio dovere nazionale. A differenza dei Dati Leumi, la loro espansione oltre la Linea Verde non nasce da motivazioni ideologiche legate alla terra, bensì da necessità economiche e demografiche. I quartieri ultraortodossi all’interno di Israele sono spesso sovraffollati, con costi abitativi fuori portata, e ciò spinge molte famiglie verso aree dove l’edilizia è più accessibile e le amministrazioni locali sono disposte a modellare infrastrutture, scuole religiose e servizi comunitari attorno alle esigenze di nuclei familiari molto numerosi. Località come Modi’in Illit e Beitar Illit sono diventate città haredi caratterizzate da una densità abitativa estremamente elevata e da un’età media straordinariamente bassa. Conseguenza di questo fenomeno è la trasformazione degli avamposti in poli residenziali plasmati dalle dinamiche interne della società israeliana, con ritmi di vita, istituzioni e strutture comunitarie molto diverse da quelle delle altre aree geografi che della regione.[12]
Hilltop Youth
La parte più radicale e spontanea del movimento dei coloni è rappresentata dagli Hilltop Youth, gruppi di giovani che scelgono volontariamente di vivere negli avamposti sulle alture isolate della Cisgiordania, libera da vincoli istituzionali e da compromessi politici. Gli avamposti sono nuclei minuscoli, spesso costituiti da roulotte, tende, generatori di fortuna e qualche struttura in legno, collocati in punti strategici per creare “fatti compiuti” sul terreno (Carminati, 2021). Il loro rapporto con lo Stato israeliano è ambivalente (Carminati, 2021): da un lato, gli avamposti sono formalmente illegali, privi delle autorizzazioni richieste dalla legge israeliana. dall’altro, lo Stato tende a tollerarli a lungo, a fornire infrastrutture minime (strade sterrate, collegamenti elettrici rudimentali, protezione militare), e interviene solo di rado per smantellarli. Questa tolleranza di fatto riflette la complessità del sistema politico israeliano, dove i governi preferiscono evitare il conflitto con i gruppi più ideologizzati del campo nazional-religioso, temendo ricadute politiche o tensioni interne (Carminati, 2021). Per questi giovani, l’insediamento è una vocazione spirituale e nazionale. Credono nella necessità di agire senza attendere autorizzazioni né piani urbanistici: occupare terre, piantare una tenda, costruire un container abitabile o tracciare un nuovo sentiero equivale a compiere un atto religioso e al tempo stesso patriottico. La loro logica è quella dell’iniziativa diretta: radicare una presenza ebraica in un luogo equivale a “correggere” ciò che considerano un immobilismo dello Stato (Carminati, 2021). L’azione immediata ha come conseguenza lo scontro sia con l’esercito israeliano, quando vengono emanati ordini di evacuazione, ma anche con i coloni più moderati. Ciononostante, i loro insediamenti improvvisati diventano talvolta basi di future legalizzazioni: molti avamposti, nati come iniziative autonome di pochi giovani, sono stati in seguito riconosciuti dalle autorità e collegati alle reti di servizi degli insediamenti principali (Carminati, 2021).[13]
Le istituzioni interne del movimento dei coloni
All’interno del mondo insediativo esistono organismi che operano alla stessa stregua di strutture istituzionali, con un peso politico concreto. Il più noto è il Consiglio Yesha, che riunisce i rappresentanti degli insediamenti e funge da piattaforma politica capace di negoziare direttamente con ministri, parlamentari e funzionari governativi. YESHA è l’acronimo ebraico formato dalle iniziali di Yehuda (Giudea), Shomron (Samaria) e ‘Aza (Gaza): in ebraico, le lettere Y, SH e A compongono la sigla יש״ע Yesha. La sua forza deriva dalla capacità di presentarsi come portavoce di un blocco elettorale compatto, in grado di condizionare governi spesso basati su maggioranze fragili (Bartolomei, 2021). Accanto al Consiglio Yesha opera Amana, l’organizzazione storicamente incaricata di promuovere e sostenere la fondazione di nuovi insediamenti e avamposti. Amana (אמנה) è un termine ebraico che significa patto, accordo, impegno o adesione fedele a un principio, ed è legato alla radice semitica א־מ־נ, la stessa da cui derivano parole come emunah (fede) e amen. Quando il movimento insediativo adottò questo nome negli anni ’70, intese richiamare l’idea di un “patto” con la terra d’Israele e di un impegno collettivo e duraturo verso la costruzione degli insediamenti, in continuità con l’ideale pionieristico dei primi kibbutz. Amana possiede competenze tecniche e urbanistiche, conosce i meccanismi amministrativi e ha dimostrato di riuscire a consolidare nuove presenze ebraiche sul terreno. Il suo esercizio di pressione ha reso i nuovi avamposti un fatto compiuto difficilmente reversibile (Bartolomei, 2021). Sia il Consiglio Yesha sia Amana costituiscono dunque istituzioni parallele, dotate di una propria legittimità e di una capacità di pressione che non dipende dal controllo formale dello Stato. Nel contesto dei coloni, questo sistema rinforza una governance multilivello in cui lo Stato non ha sempre l’ultima parola, soprattutto sulle questioni territoriali (Bartolomei, 2021).[14]
Etimologia e toponomastica
La toponomastica è un elemento rivelatore che, nel contesto geografico in questione, richiama figure bibliche, concetti simbolici, elementi naturali, quasi sempre legati a un’idea di radicamento storico. Costituisce parte della narrativa secondo cui l’insediamento sarebbe il ritorno, e non la colonizzazione, su una terra ancestrale. Per i clan palestinesi, l’etimologia affonda nella genealogia: è ciò che consente a una famiglia di affermare di essere radicata in un preciso luogo “da prima della città, prima dello Stato, prima della modernità”, generando una continuità che produce legittimità interna e obblighi sociali. Per i coloni israeliani, invece, l’etimologia si radica nella memoria biblica e serve a sostenere l’idea che la loro presenza non sia una costruzione ex novo, ma un ritorno, un’operazione identitaria che, nel bene o nel male, esercita effetti politici immediati.
Le tribù di Gaza
Le sei confederazioni tribali che compaiono negli appunti non sono soltanto “nomi”. Sono identità che risalgono ai secoli precedenti all’insediamento moderno sulla costa. Ogni termine conserva un frammento dell’origine beduina e del percorso migratorio nel Sinai e nel Negev:
Hayawat: ḥ-y-w (“vivere”, “essere animato”)
La radice ḥ-y-w è una delle più antiche nella semitica, comune ad arabo ed ebraico (ḥayim, “vita”). Il nome suggerisce vitalità, resistenza, continuità genealogica. È una scelta intenzionale: molte confederazioni usavano nomi “forti” per delimitare identità e prestigio.
Tarabin: ṭ-r-b (“terra”, “suono del tamburo”, “entusiasmo musicale”)
Nel contesto tribale, la lettura prevalente è ṭurba (“terra”) o tarbaʿ (“territorio arido”). I Tarabin sono una delle confederazioni beduine più vaste del Sinai-Negev; ritroviamo il nome in registri ottomani del XIX secolo, con riferimenti a transumanza, bestiame e controllo delle piste commerciali.
Tayaha: t-y-h (“vagare”, “perdersi”)
Il nome è quasi un autoritratto: tā’ih significa “colui che vaga”. I Tayaha erano gruppi nomadi che attraversavano i percorsi desertici tra Egitto e Palestina. L’idea del “vagabondare” ha accezione positiva tra i beduini, indicando autonomia e capacità di sopravvivenza.
Jahalin: j-h-l (“semplicità”, “ignoranza sacra”)
Jahl significa “ignoranza”, ma nel mondo tribale indica piuttosto “non-urbanità”, vivere fuori dai codici cittadini. È una categoria storica: prima dell’Islam, jāhiliyyah indicava l’era preurbana, non la stupidità. I Jahalin compaiono nelle mappe antropologiche britanniche degli anni ’30, spesso come gruppo marginalizzato.
Azazma: ʿ-z-m (“forza”, “ossa”, “determinazione”)
Una radice forte nell’arabo classico. ʿaẓm Il nome Azazma trasmette l’idea di solidità, durezza del deserto, resistenza fisica. Gli Azazma erano noti anche per essere esperti di armi e cavalli.
Ijbara: ʿ-j-b (“meraviglia”, “cosa insolita”)
La radice ʿajab è molto antica e significa “stupore”, “meraviglia”. Il nome potrebbe derivare
da un soprannome assegnato a un antenato, oppure da una storia tramandata internamente (gli arabi chiamano “laqab” questi soprannomi diventati cognomi tribali). È l’unica tra le sei confederazioni la cui etimologia non è del tutto fissata, segno di una storia più frammentata.
Etimologie dei principali clan
I nomi delle hamula derivano da toponimi, professioni (come nella tradizione egiziana e libanese), caratteristiche fisiche, prestigi religiosi, soprannomi del capostipite:
al-Masri: “l’egiziano”
Indicazione di una migrazione avvenuta tra XVIII e XIX secolo da al-Masriyyin, popolazioni legate alle truppe mamelucche o a commerci con Damietta e Port Said. In ambiente palestinese, “al-Masri” è un cognome prestigioso.
Kafarna: (kafar + toponimo)
Kafar significa “villaggio”. Molti nomi palestinesi derivano da insediamenti del periodo romano-bizantino. Un’ipotesi è che “Kafarna” sia una riduzione fonetica moderna di un toponimo aramaico antico (molti villaggi terminavano in -na).
Hilles
L’etimologia incerta. Potrebbe derivare da hallas (“colui che libera/riscatta”) oppure dal nome di un antenato. Gli archivi ottomani mostrano varianti come “al-Hillis”, indice di un’origine urbana pre-tribale.
Doghmush
Termine turco ottomano: doğmuş = “nato”, “impastato”, “mescolato”. Indica un antenato di origine mista o una famiglia adottata all’interno di una tribù turco-araba. Gaza ha ereditato diversi cognomi di origine turca dopo il periodo ottomano.
Abu Samhadana
Patronimico. Samhadana deriva dalla radice s-m-ḥ (“generoso”, “clemente”). Il capo famiglia era conosciuto per qualità morali che sono poi diventate nome.
al-Astal: ʾaṣl (“radice”, “origine”)
Questo nome è quasi un’affermazione genealogica: “noi siamo le radici”. Molti clan usavano radici che rafforzassero la percezione di antichità e continuità.
Abu Shabab: “padre dei giovani”
“Shabab” significa sia “giovani” che “la nuova generazione che guida”. Il nome indica leadership carismatica e capacità di guidare gruppi numerosi, tipicamente in aree periferiche.
Le famiglie urbane
al-Shawwa: “il colpitore”, “il battitore”, o legato al carbone (shawwā’).Nome presente nelle città costiere per almeno tre secoli. In arabo dialettale, shawwā’ può indicare chi lavora il carbone o il fuoco. Altre fonti collegano il nome a ruoli amministrativi ottomani.
al-Shanti: radice legata a “tranquillità” (shant) o toponimo levantino. Originesiro-libanese. Molte famiglie gazawi discendono da commercianti levantini installatisi tra ‘600 e ‘800.
al-Sourani: “proveniente da Sūr (Tiro)”. Etimologia certa, rimanda alla grande città fenicia. Una parte della borghesia gazawa ha radici nel traffico commerciale costiero.
al-Rayes: “il capo”, “il presidente”. Radice r-ʾ-s (“testa”, “capo”). Famiglia tipicamente associata al ruolo di mediatori e guide religiose.
al-Qudwa: “modello”, “esempio positivo”. Radice q-d-w. Nome dall’eco fortemente morale. Arafat è originario da costoro.
Insediamenti israeliani
Qui le etimologie sono parte del progetto politico: tornare a un linguaggio biblico significa
radicare la presenza nella storia sacra della terra.
Ariel: “leone di Dio”. Una delle parole più cariche nella Bibbia. Ricorre in Isaia e indica forza e protezione divina. Dare questo nome a un insediamento è un atto programmatico.
Efrat: nome matriarcale, richiamo a Genesi. Etimologicamente indica “fertilità”, “fruttuosità”. Il nome compare per la moglie di Caleb e legittima la presenza come continuità patriarcale.
Betar: riferimento alla fortezza della Rivolta di Bar Kokhba. Betar è il luogo simbolo della resistenza ebraica nel II secolo d.C. Associare un insediamento contemporaneo al sito significa inserirlo nella narrativa del sacrificio nazionale.
Ma’ale Adumim: “salita dei rossi”. Il riferimento è geografico, ma è anche simbolico: salire verso est, salire verso Gerusalemme, salire verso la terra promessa.
Ofra: nome biblico femminile nel Libro di Giosuè. Richiama la prima colonizzazione israelita della terra.
Itamar: figlio di Aronne. Nome sacerdotale. Utilizzato per marcare l’insediamento come luogo di purezza rituale.
Yitzhar: “olio d’oliva”, “luminosità”. Etimologia agricola legata alla produzione di olio, simbolo della terra di Israele.
Givat Harel: “collina di Harel” (“montagna di Dio”). Har-El ricorre in Ezechiele 43:15. È un nome scelto per affermare la sacralità dell’altura.
Si ringrazia il Dottor Fausto Biloslavo per aver generosamente messo a disposizione materieli derivanti dai suoi soggiorni di lavoro in loco.
BIBLIOGRAFIA
Bartolomei, E. (2021). Sionismo come colonialismo di insediamento. La ridefinizione del discorso su Israele/Palestina. América Crítica, 5(2), 171-177.
Carminati, D. (2021). Il progetto sionista d’insediamento coloniale in Palestina. Il contributo degli studi di settler colonialism. América Crítica, 5(2), 159-169.
Robinson, G. E. (2008). Palestinian tribes, clans, and notable families. Strategic Insights, 7(4), 1-18. Naval Postgraduate School. https://calhoun.nps.edu/handle/10945/11377
Timeto, F., & Fragnito, M. (2025). Spermologia della nazione.: Ideologia della fertilità e colonialismo di insediamento in Israele. AG About Gender-International Journal of Gender Studies, 14(27).
Tuastad, D. (2021). Hamas and the clans: From Islamisation of tribalism to tribalization of Islamism? Journal of the Historical Society of Israel – Palestine, 17(1), 1-24. https://doi.org/10.1080/23802014.2022.2135759
[1] M.Paola Pagnini, membro e tutor del collegio Docenti del Dottorato in Territorio, Innovazione e Sostenibilità presso l’Università Niccolò Cusano, Roma.
Alessandro Bonifazi, dottorando in Territorio, Innovazione e Sostenibilità presso l’Università Niccolò Cusano, Roma.
La pag. 1 va attribuita a M.Paola Pagnini; le pagine da 2 a 13 vanno attribuite ad Alessandro Bonifazi.
[2] Link della fonte: https://www.france24.com/en/middle-east/20251024-gaza-militias-clan-wars-hamas-power-struggle-2025
[3] Robinson, G. E. (2008). Palestinian tribes, clans, and notable families. Strategic Insights, 7(4), 1-18. Naval Postgraduate School. https://calhoun.nps.edu/handle/10945/11377
[4] Tuastad, D. (2021). Hamas and the clans: From Islamisation of tribalism to tribalization of Islamism? Journal of the Historical Society of Israel – Palestine, 17(1), 1-24. https://doi.org/10.1080/23802014.2022.2135759
[5] Robinson, G. E. (2008). Palestinian tribes, clans, and notable families. Strategic Insights, 7(4), 1-18. Naval Postgraduate School. https://calhoun.nps.edu/handle/10945/11377
[6] Tuastad, D. (2021). Hamas and the clans: From Islamisation of tribalism to tribalization of Islamism? Journal of the Historical Society of Israel – Palestine, 17(1), 1-24. https://doi.org/10.1080/23802014.2022.2135759
[7] Robinson, G. E. (2008). Palestinian tribes, clans, and notable families. Strategic Insights, 7(4), 1-18. Naval Postgraduate School. https://calhoun.nps.edu/handle/10945/11377
[8] Link della fonte: https://poica.org/2009/08/israeli-re-classifies-the-status-of-israeli-checkpoints-in-the-occupied-palestinian-territory/
[9] Timeto, F., & Fragnito, M. (2025). Spermologia della nazione.: Ideologia della fertilità e colonialismo di insediamento in Israele. AG About Gender-International Journal of Gender Studies, 14(27).
[10] Ibidem
[11] Timeto, F., & Fragnito, M. (2025). Spermologia della nazione.: Ideologia della fertilità e colonialismo di insediamento in Israele. AG About Gender-International Journal of Gender Studies, 14(27).
[12] Ibidem
[13] Carminati, D. (2021). Il progetto sionista d’insediamento coloniale in Palestina. Il contributo degli studi di settler colonialism. América Crítica, 5(2), 159-169.
[14] Bartolomei, E. (2021). Sionismo come colonialismo di insediamento. La ridefinizione del discorso su Israele/Palestina. América Crítica, 5(2), 171-177.