di Agata Giuliano [1]

 

Abstract

Il rapporto tra lavoro e territorio ha costituito uno dei principali ambiti di riflessione della geografia economica e sociale. Le geografie industriali hanno tradizionalmente interpretato tale relazione attraverso le forme materiali della produzione, la localizzazione delle attività economiche e la concentrazione degli insediamenti produttivi.

Le profonde trasformazioni che hanno interessato il lavoro contemporaneo non determinano tuttavia la scomparsa di tali configurazioni, ma richiedono un ampliamento delle categorie interpretative attraverso cui leggere il rapporto tra spazio, organizzazione e produzione di valore. La progressiva centralità della conoscenza e delle competenze nella prestazione lavorativa introduce infatti una nuova dimensione dello spazio produttivo. Il territorio non è soltanto il luogo nel quale il lavoro viene svolto, ma l’ambiente nel quale si sviluppano capacità, relazioni e forme organizzative.

L’articolo propone la prospettiva delle geografie cognitive del lavoro come chiave interpretativa per analizzare le trasformazioni dello spazio lavorativo contemporaneo. L’ipotesi alla base della ricerca è che la crescente rilevanza della dimensione cognitiva della prestazione modifichi non soltanto le modalità di organizzazione del lavoro, ma anche i criteri attraverso cui i territori acquisiscono capacità attrattiva, competitiva e innovativa.

Attraverso un approccio interdisciplinare tra geografia, diritto del lavoro e studi organizzativi, il contributo indaga il progressivo spostamento dell’attenzione dalla localizzazione della produzione alla costruzione di sistemi territoriali capaci di generare conoscenza. In questa prospettiva, le competenze, le condizioni organizzative e la qualità degli ambienti lavorativi assumono un rilievo crescente tra i fattori immateriali dello sviluppo territoriale. Le geografie cognitive del lavoro intendono quindi proporre una prospettiva complementare rispetto alle tradizionali letture spaziali del lavoro, riconoscendo nel territorio non soltanto un luogo fisico di produzione, ma un ambiente dinamico nel quale interagiscono persone, organizzazioni e conoscenze. Tale approccio consente di rileggere le trasformazioni contemporanee del lavoro alla luce di una nuova relazione tra spazio, capacità cognitiva e organizzazione della produzione.

Parole chiave: geografia economica, geografia del lavoro, competenze, organizzazione del lavoro, sviluppo territoriale.

1. La dimensione territoriale della conoscenza

Il rapporto tra lavoro e territorio è stato a lungo analizzato attraverso la localizzazione delle attività produttive. Fabbriche, imprese, infrastrutture e disponibilità di manodopera hanno costituito alcuni dei principali riferimenti attraverso cui la geografia ha interpretato la distribuzione spaziale della produzione. La geografia industriale ha tuttavia mostrato che il territorio non è soltanto il luogo nel quale le attività economiche si insediano. Come rilevato da Becattini [2] e Storper [3], è anche lo spazio nel quale si costruiscono relazioni, competenze e forme di cooperazione capaci di incidere sulla produttività e sulle traiettorie di sviluppo di un’area.

Questa prospettiva assume particolare rilievo quando la conoscenza diventa una componente sempre più importante dei processi economici. Non si tratta soltanto di riconoscere il peso crescente delle attività fondate sul sapere, ma di osservare come la produzione e la circolazione della conoscenza continuino ad avere una dimensione spaziale. La conoscenza può viaggiare attraverso reti, organizzazioni e tecnologie, ma la sua produzione rimane legata anche a luoghi, relazioni e pratiche condivise. Amin e Cohendet [4] hanno mostrato, a questo proposito, che i processi di apprendimento nelle imprese si sviluppano tanto attraverso la prossimità territoriale quanto attraverso relazioni che si estendono oltre i confini del luogo. Lo spazio della conoscenza non coincide, dunque, con una dimensione esclusivamente locale, ma nasce dall’intreccio tra relazioni prossime e connessioni a distanza. È proprio questa compresenza di prossimità e distanza a rendere più articolata la geografia contemporanea. Le conoscenze possono essere condivise tra soggetti collocati in territori diversi, però non tutte le forme di sapere sono facilmente trasferibili. Una parte significativa dell’apprendimento dipende infatti dall’interazione, dall’esperienza e dalla possibilità di confrontarsi con altri soggetti all’interno di contesti organizzativi e territoriali specifici. 

La crescente mobilità delle attività fondate sulla conoscenza non ha comportato il venir meno della dimensione geografica. Come osserva Jeremy Howells [5], la diffusione spaziale dei processi cognitivi ha reso più complesso il rapporto tra prossimità, distanza e apprendimento. La conoscenza, anche quando circola attraverso reti estese, conserva quindi una relazione con i luoghi nei quali viene prodotta, interpretata e utilizzata. La circolazione di tale patrimonio dipende infatti da infrastrutture, organizzazioni e relazioni capaci di sostenerne la trasmissione e l’interpretazione. Da questa considerazione emerge un primo elemento utile per comprendere la trasformazione delle geografie del lavoro. Se nelle economie industriali il territorio poteva essere letto soprattutto in relazione alla disponibilità di risorse materiali, infrastrutture e forza lavoro, nelle economie caratterizzate da una crescente intensità di conoscenza acquistano rilievo anche le condizioni che consentono alle persone e alle organizzazioni di sviluppare competenze, apprendere e cooperare. Il territorio diventa così rilevante non soltanto per ciò che offre in termini di risorse fisiche, ma anche per le opportunità che mette a disposizione per la formazione e l’apprendimento. Questa evoluzione tuttavia non comporta il superamento delle geografie industriali. Le attività manifatturiere continuano a essere legate alla localizzazione, alle infrastrutture e alle reti produttive. Cambia, piuttosto, il modo in cui viene interpretato il valore territoriale. Accanto alle condizioni materiali dell’insediamento produttivo assumono maggiore importanza risorse meno visibili, ma decisive: competenze professionali, relazioni tra imprese e università, servizi qualificati e accesso a reti professionali e scientifiche.

In questa prospettiva, assume rilievo il concetto di capitale territoriale. Come osservano Capello, Caragliu e Nijkamp [6], gli effetti economici della conoscenza variano in funzione dei contesti territoriali nei quali essa viene prodotta e utilizzata. Le caratteristiche del territorio possono sostenerne la valorizzazione oppure limitarne la capacità di tradursi in crescita regionale. Il tema non riguarda, pertanto, soltanto la presenza di persone qualificate. Un territorio può disporre di competenze elevate senza riuscire a creare condizioni favorevoli alla loro valorizzazione. Allo stesso modo, la presenza di università, centri di ricerca o imprese innovative non produce automaticamente un sistema territoriale capace di generare nuova conoscenza. Ciò che conta è la possibilità di mettere in relazione queste risorse, favorendo processi di apprendimento e forme di cooperazione che si trasformino in capacità organizzative sul territorio. È in questo passaggio che la dimensione cognitiva del lavoro assume una rilevanza propriamente geografica. Le competenze delle persone non costituiscono soltanto una caratteristica della forza lavoro, così come la conoscenza non rappresenta soltanto una risorsa immateriale dell’impresa. Entrambe possono contribuire alla costruzione delle capacità di un luogo, nella misura in cui trovano condizioni organizzative e istituzionali capaci di sostenerne lo sviluppo e la circolazione.

Questa trasformazione rende pertinente introdurre la nozione di geografie cognitive del lavoro. L’espressione non designa un settore disciplinare già consolidato, ma una chiave interpretativa proposta per analizzare il rapporto tra lavoro, conoscenza e spazio. Se la conoscenza è diventata una componente essenziale della produzione e se la sua formazione dipende anche dalle condizioni spaziali e organizzative nelle quali prende forma, allora diventa rilevante considerare, accanto alla distribuzione delle attività, anche quella delle competenze e delle capacità che le rendono possibili. In questa prospettiva, le condizioni locali nelle quali il lavoro si organizza possono favorire il consolidamento e la combinazione di competenze, relazioni e conoscenze, contribuendo alla formazione di nuove capacità produttive [7]. La qualità di tali condizioni aiuta a spiegare perché alcune aree riescano a rafforzare la propria attrattività e il proprio potenziale innovativo, mentre altre incontrino maggiori difficoltà nel trattenere professionalità qualificate e nel creare occasioni di apprendimento. La questione assume così una rilevanza propriamente politica. Se conoscenza e competenze incidono sempre più sui processi di sviluppo, la loro distribuzione contribuisce a definire opportunità e disuguaglianze tra i territori. La capacità di attrarre, formare e trattenere lavoro qualificato rappresenta una risorsa che può rafforzare la vitalità economica di un’area, ma anche accentuare le distanze rispetto ai territori meno capaci di offrire condizioni favorevoli alla formazione e alla valorizzazione delle competenze. Le geografie della conoscenza sono dunque anche geografie del potere [8], perché riflettono la diversa capacità dei territori di costruire, mobilitare e trattenere le risorse necessarie al proprio sviluppo [9].

2. Nuove gerarchie spaziali

Le trasformazioni intervenute nell’organizzazione contemporanea del lavoro stanno modificando i criteri attraverso i quali si definiscono le gerarchie spaziali. La posizione di un territorio non dipende più esclusivamente dalla concentrazione di attività produttive, infrastrutture o forza lavoro, ma anche dalla sua capacità di inserirsi nelle reti attraverso le quali circolano competenze, informazioni, capitale e capacità decisionale. La crescente possibilità di coordinare attività a distanza, insieme alla diffusione di forme di lavoro non rigidamente vincolate alla presenza fisica, ha reso meno immediata la corrispondenza tra luogo della prestazione e luogo nel quale si concentra il valore prodotto. Come osserva McCollum[10], la diffusione del lavoro a distanza non determina infatti un superamento delle differenze territoriali, ma si inserisce in geografie preesistenti di opportunità e disuguaglianze.

La distanza, pertanto, non perde rilevanza: assume forme differenti e diventa parte di una più complessa articolazione dei rapporti tra territori, lavoratori e organizzazioni. La diffusione del lavoro da remoto costituisce un osservatorio particolarmente significativo. La separazione tra luogo della prestazione e sede dell’organizzazione ha introdotto una maggiore flessibilità nella localizzazione del lavoro cognitivo, ma, al tempo stesso, non ha prodotto una distribuzione spaziale indifferenziata delle opportunità. Secondo Kapitsinis [11], la diffusione del lavoro da remoto presenta infatti una marcata variabilità regionale, strettamente connessa alla struttura occupazionale e alle caratteristiche socioeconomiche dei territori.

Le aree urbane e le regioni caratterizzate da una maggiore concentrazione di occupazioni ad alta qualificazione tendono a mostrare una maggiore capacità di adattamento, mentre i territori nei quali prevalgono attività non remotizzabili sono rimasti maggiormente vincolati alla prossimità fisica tra lavoratore, impresa e luogo della produzione. Ne deriva una distinzione sempre più rilevante tra territori nei quali la distanza può essere tecnologicamente neutralizzata e territori nei quali essa continua a rappresentare un vincolo strutturale. La geografia del lavoro si articola così secondo una diversa capacità dei luoghi di partecipare alla dislocazione spaziale della prestazione.

Questa trasformazione contribuisce a ridefinire anche il rapporto tra centro e periferia. Il lavoro qualificato può essere formalmente svolto lontano dai principali poli urbani, ma ciò non significa necessariamente che il valore economico e professionale si redistribuisca verso i territori periferici. Althoff, Eckert, Ganapati e Walsh [12] mostrano come la geografia del lavoro remoto rimanga fortemente condizionata dalla distribuzione territoriale delle occupazioni compatibili con il lavoro a distanza, evidenziando la persistenza di significative concentrazioni spaziali. La possibilità di lavorare a distanza può quindi convivere con la persistente concentrazione dei lavoratori qualificati e dei redditi più elevati nei territori economicamente più forti. La relazione tra lavoro e luogo tende così a diventare meno lineare. Il lavoratore può essere fisicamente distante dal centro produttivo senza essere realmente svincolato dalle reti economiche, professionali e istituzionali che continuano a gravitare intorno ai principali poli urbani. In questo senso, il lavoro da remoto non determina necessariamente una deconcentrazione del potere economico, ma può produrre una sua diversa configurazione spaziale.

La questione assume una rilevanza ulteriore se si considera che non tutte le forme di lavoro partecipano allo stesso modo a questa trasformazione. La possibilità di lavorare a distanza è infatti strettamente connessa al contenuto della prestazione, al livello di qualificazione, al settore economico e alle dotazioni tecnologiche dell’impresa e del territorio. Ewers e Kangmennaang [13] hanno evidenziato come la diffusione del lavoro remoto introduca nuove forme di disuguaglianza spaziale, poiché autonomia e flessibilità non risultano distribuite uniformemente tra lavoratori e territori. Ne deriva una nuova linea di differenziazione tra lavori flessibili e lavori territorialmente vincolati. I primi possono beneficiare della possibilità di scegliere, almeno in parte, il luogo nel quale svolgere la prestazione; i secondi continuano a dipendere dalla presenza fisica nei luoghi della produzione, della distribuzione o dell’erogazione dei servizi. La conseguenza è una geografia del lavoro sempre più stratificata, nella quale la possibilità di scegliere il luogo della prestazione costituisce essa stessa una risorsa distribuita in maniera diseguale.

A questa differenziazione si affianca una diversa articolazione spaziale dei rapporti di potere che governano il lavoro. La crescente interconnessione digitale consente infatti di coordinare prestazioni distribuite tra territori molto lontani, rendendo possibile una separazione sempre più netta tra il luogo nel quale il lavoro viene materialmente svolto e quello nel quale vengono assunte le decisioni relative alla sua organizzazione, remunerazione e valutazione. Nelle economie organizzate attraverso piattaforme digitali, tale separazione diventa particolarmente evidente. Come evidenziato da Howson [14], il capitalismo delle piattaforme produce reti globali del valore nelle quali le attività lavorative possono essere distribuite su territori differenti, mentre il coordinamento e il controllo tendono a concentrarsi presso gli attori che governano le infrastrutture digitali. Le piattaforme possono coordinare lavoratori collocati in paesi differenti e organizzare transazioni che attraversano confini nazionali senza richiedere una corrispondente prossimità fisica tra i soggetti che organizzano il lavoro e coloro che lo svolgono. Si configurano così reti globali del valore nelle quali la creazione e l’estrazione di valore risultano territorialmente distribuite, mentre le funzioni di coordinamento tendono a concentrarsi presso gli attori che controllano le infrastrutture e le regole della rete.

Si delinea, pertanto, una configurazione spaziale nella quale la distanza può essere simultaneamente irrilevante per la trasmissione di un’attività e decisiva per la distribuzione del suo valore. Un’attività può essere svolta in un territorio periferico, mentre il capitale, le informazioni strategiche, le infrastrutture tecnologiche e i meccanismi di determinazione delle condizioni di lavoro rimangono concentrati altrove. Come evidenzia Johnston [15] nell’analisi delle geografie del lavoro nelle economie di piattaforma, la mediazione digitale non elimina la dimensione territoriale del lavoro, ma può accentuare la distanza tra il luogo della prestazione e quello nel quale si esercitano funzioni di coordinamento e di potere. La geografia del lavoro non coincide quindi più necessariamente con la geografia dell’impresa. Esse possono sovrapporsi, ma possono anche svilupparsi secondo traiettorie spaziali differenti. La digitalizzazione può così ampliare la distanza tra i luoghi della prestazione e quelli nei quali si concentrano le capacità di coordinamento e di estrazione del valore.

Questa riconfigurazione non produce, tuttavia, uno spazio completamente svincolato dal territorio. Anche le forme di lavoro apparentemente più autonome rispetto alla prossimità continuano a dipendere da condizioni territoriali concrete: qualità delle infrastrutture, disponibilità di competenze, costo della vita, istituzioni, servizi, reti professionali e capacità di inserimento nei circuiti economici. Le analisi sviluppate da Badger [16] mostrano, in particolare, come anche il lavoro mediato dalle piattaforme rimanga profondamente inserito in specifici contesti territoriali e nei relativi mercati del lavoro. La stessa economia delle piattaforme, pur potendo mettere in relazione domanda e offerta su scala globale, rimane intrecciata a mercati del lavoro locali e a forme di lavoro materiale che rendono possibile il funzionamento delle infrastrutture digitali. La digitalizzazione, dunque, non determina il superamento della dimensione spaziale del lavoro, ma ne modifica le modalità di connessione, rendendo alcuni luoghi più facilmente integrabili nelle reti globali e lasciandone altri ai margini.

Le nuove gerarchie spaziali non possono dunque essere comprese attraverso la semplice contrapposizione tra centro e periferia, né attraverso l’idea di una progressiva sostituzione dello spazio fisico con quello digitale. Come rilevano Özgüzel, Luca e Wei [17], la distribuzione territoriale dei lavori suscettibili di essere svolti da remoto presenta significative differenze tra le regioni europee, confermando che la trasformazione digitale non produce uno spazio del lavoro omogeneo. Esse emergono piuttosto dalla diversa capacità dei territori di occupare posizioni strategiche all’interno di reti che si sviluppano su scale differenti. Alcuni luoghi concentrano funzioni decisionali, competenze rare, infrastrutture della conoscenza e capacità di innovazione; altri partecipano alle stesse reti prevalentemente attraverso attività esecutive, servizi a minore valore aggiunto o lavoro più facilmente sostituibile. La gerarchia territoriale tende così a dipendere sempre meno dalla semplice quantità di attività localizzate in un determinato luogo e sempre più dalla posizione occupata dal territorio nei processi di produzione, coordinamento e appropriazione del valore.

È in questa prospettiva che la geografia del lavoro può essere riletta come geografia delle capacità territoriali. Non è soltanto la presenza di occupazione a determinare la posizione di un territorio, ma la sua capacità di controllare, attrarre e trattenere quelle risorse che consentono di incidere sulle traiettorie della produzione e dell’innovazione. In questa direzione, la prospettiva proposta da Herod [18] consente di ricondurre le trasformazioni della localizzazione del lavoro alla più ampia questione dei rapporti di potere che attraversano lo spazio. Le differenze territoriali diventano pertanto differenze nella capacità di partecipare ai circuiti nei quali conoscenza, lavoro e valore vengono continuamente ricombinati. La trasformazione contemporanea non cancella le gerarchie spaziali: le rende più articolate, meno immediatamente visibili e, in alcuni casi, più difficili da ricondurre alla tradizionale localizzazione delle attività produttive. È proprio in questo passaggio che la geografia del lavoro incontra la geografia del potere: la posizione di un territorio dipende sempre più dalla possibilità di incidere sui flussi, sulle reti e sui processi decisionali che organizzano il lavoro oltre i suoi stessi confini.

Conclusioni

L’analisi proposta evidenzia una trasformazione che riguarda non soltanto le forme di organizzazione del lavoro, ma anche i criteri attraverso i quali viene interpretata la sua relazione con lo spazio. La crescente rilevanza della conoscenza non rende meno importante il territorio, ma ne modifica la funzione. La localizzazione, considerata isolatamente, non esaurisce più la comprensione delle dinamiche territoriali, che appaiono sempre più legate alla capacità di mobilitare competenze, relazioni e processi di apprendimento. 

La maggiore possibilità di dislocare le prestazioni non comporta, tuttavia, una corrispondente distribuzione delle funzioni strategiche. La separazione tra luoghi dell’esecuzione, del coordinamento e dell’appropriazione del valore può infatti produrre una geografia nella quale attività distribuite su spazi differenti continuano a dipendere da centri decisionali concentrati. La distanza, in questa prospettiva, non costituisce semplicemente un ostacolo superato dalla tecnologia, ma diviene una delle dimensioni attraverso cui si ridefiniscono le relazioni tra i luoghi della produzione.

È in questo quadro che la nozione di geografie cognitive del lavoro assume il proprio significato. Il suo contributo consiste nello spostare l’attenzione dalla sola localizzazione delle attività alla capacità dei territori di partecipare ai processi nei quali conoscenza, apprendimento e innovazione vengono prodotti e valorizzati. La gerarchia spaziale non dipende quindi soltanto dalla presenza di occupazione o dalla dotazione materiale di un territorio, ma anche dalla sua possibilità di incidere sui processi che organizzano il lavoro e ne determinano il valore.

Emerge una prospettiva di ricerca volta ad analizzare le condizioni attraverso cui le capacità cognitive, anziché rimanere risorse individuali o organizzative, possono tradursi in capacità territoriali, intese come possibilità di un contesto locale di mobilitare e combinare competenze, relazioni e conoscenze in processi di apprendimento e sviluppo. Il confronto con gli studi sull’organizzazione, sulle istituzioni e sulle politiche territoriali può contribuire a comprendere come tali capacità si inseriscano nei contesti locali e in che modo la conoscenza possa diventare una risorsa di sviluppo. Il territorio torna così al centro dell’analisi del lavoro, non più soltanto come luogo nel quale le attività si distribuiscono, ma come spazio nel quale conoscenze, competenze e relazioni concorrono a definire nuove possibilità di sviluppo.

Note

[1] Cultrice della materia in Medicina del Lavoro, Biodiritto, Medicina Legale e Storia della Medicina – Università N. Cusano.

[2] Becattini, G. (1990), “The Marshallian Industrial District as a Socio-Economic Notion”, in Pyke, F.; Becattini, G.; Sengenberger, W. (a cura di), Industrial Districts and Inter-Firm Co-operation in Italy, Geneva, International Institute for Labour Studies, pp. 37–51.

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