di Agata Giuliano
Introduzione
La capacità competitiva di uno Stato è strettamente legata al modello di lavoro che esso promuove e organizza. Da questa premessa prende avvio la presente riflessione sulla dimensione geopolitica del lavoro e sulle diverse concezioni del rapporto tra individuo, mercato e interesse nazionale.
Nel dibattito contemporaneo sulle relazioni internazionali, la geopolitica è stata tradizionalmente associata a fattori quali il controllo del territorio, la disponibilità di risorse naturali, la proiezione militare e la capacità commerciale degli Stati. Tuttavia, in un contesto di globalizzazione avanzata e trasformazione digitale dell’economia, emerge con crescente evidenza un ulteriore elemento strutturale: l’organizzazione del lavoro.
La gestione del lavoro non rappresenta soltanto una questione economica o sociale, ma costituisce una componente della strategia geopolitica degli Stati.
Modelli globali del lavoro, dinamiche storiche e traiettorie migratorie
Le modalità con cui il lavoro viene disciplinato, valorizzato e percepito all’interno degli Stati rappresentano l’esito di lunghi processi storici che hanno modellato istituzioni, culture economiche e assetti sociali differenti da Paese a Paese.
Le istituzioni che disciplinano il lavoro non nascono infatti in modo isolato, ma si sviluppano all’interno di specifici contesti politici, culturali ed economici, riflettendo differenti concezioni del rapporto tra individuo, mercato e Stato. Per questa ragione, il lavoro non può essere considerato soltanto un fattore produttivo: esso rappresenta una componente essenziale dell’organizzazione sociale e uno degli strumenti attraverso cui una comunità definisce le modalità di accesso alle opportunità economiche e alla partecipazione collettiva.
La questione del lavoro attraversa l’intera storia del pensiero politico ed economico. Già Aristotele individuava una distinzione tra le attività finalizzate alla soddisfazione dei bisogni materiali e quelle rivolte alla piena realizzazione dell’essere umano, collocando quest’ultima nella dimensione politica e contemplativa del “vivere bene” (eu zen) all’interno della polis.
Nel mondo medievale europeo, la tradizione cristiana contribuì a ridefinire il significato sociale del lavoro, attribuendogli una dignità che si discostava in parte dalla concezione prevalente nel mondo antico. In particolare, nell’esperienza monastica occidentale il lavoro assunse un ruolo centrale nella vita comunitaria secondo il principio dell’ora et labora, che integrava dimensione spirituale e attività manuale all’interno di un modello di vita improntato alla sobrietà, alla disciplina e alla rinuncia ai beni superflui. Pur essendo presenti forme analoghe di integrazione tra vita ascetica e lavoro anche in altre tradizioni monastiche orientali, nel contesto europeo tale impostazione contribuì in modo più diretto alla formazione di una cultura del lavoro destinata a influenzare lo sviluppo dell’etica economica moderna. Attraverso la riflessione teologica, la pratica monastica e, in seguito, l’etica del lavoro sviluppatasi nell’Europa moderna, il lavoro venne progressivamente interpretato non soltanto come necessità economica, ma anche come dovere morale, strumento di partecipazione alla vita comunitaria e mezzo di realizzazione della persona. Tale impostazione esercitò un’influenza duratura sulla formazione della cultura europea e sulle successive concezioni del rapporto tra individuo, società e attività produttiva.
Con la rivoluzione industriale il lavoro assunse poi una centralità senza precedenti, diventando il fulcro delle trasformazioni economiche e dei conflitti sociali dell’età moderna. Adam Smith individuò nella divisione del lavoro uno dei principali motori della produttività e della crescita economica, mentre Karl Marx ne fece il punto di partenza per comprendere i rapporti di produzione e le tensioni che caratterizzavano le società industriali. In epoca più recente, Karl Polanyi ha mostrato come il mercato del lavoro non sia una realtà naturale che emerge spontaneamente dall’incontro tra domanda e offerta, ma il risultato di precise scelte politiche e istituzionali.
L’osservazione del panorama internazionale mostra con evidenza una pluralità di modelli di organizzazione del lavoro. Le economie avanzate hanno sviluppato soluzioni differenti, spesso coerenti con la propria storia, la propria cultura e con le proprie tradizioni istituzionali. In questa direzione, gli studi di Peter A. Hall e David Soskice hanno avuto un ruolo fondamentale nel mostrare come le diverse forme di capitalismo si distinguano non solo per i risultati economici ottenuti, ma anche per il modo in cui imprese, lavoratori e istituzioni pubbliche interagiscono tra loro.
Nel caso dell’Europa continentale, il lavoro è generalmente inserito in un quadro normativo caratterizzato da un elevato livello di tutela sociale e da sistemi di welfare relativamente sviluppati. Questa impostazione affonda le proprie radici nel secondo dopoguerra, quando la ricostruzione economica fu accompagnata dalla convinzione che crescita, stabilità democratica e coesione sociale dovessero procedere insieme. Le riflessioni di John Maynard Keynes e, successivamente, quelle di T.H. Marshall contribuirono a consolidare l’idea che la cittadinanza moderna non dovesse limitarsi ai diritti civili e politici, ma comprendere anche diritti sociali legati al lavoro, all’istruzione e alla protezione economica.
Negli Stati Uniti si è invece affermata una visione storicamente più orientata al mercato. Il rapporto di lavoro viene spesso interpretato come una relazione prevalentemente contrattuale tra individui e imprese, nella quale flessibilità, mobilità professionale e capacità di adattamento sono considerate risorse fondamentali per sostenere innovazione e competitività. Come osservato da Gøsta Esping-Andersen nella sua nota classificazione dei regimi di welfare, il modello statunitense attribuisce al mercato un ruolo più ampio nella distribuzione delle opportunità economiche e prevede un intervento pubblico poco esteso rispetto a quello europeo. Tale impostazione riflette una tradizione liberale che valorizza l’autonomia individuale e la responsabilità personale.
Nell’Asia orientale il rapporto tra lavoro e sviluppo ha assunto caratteristiche differenti. Le esperienze del Giappone, della Corea del Sud e della Cina mostrano come il lavoro sia stato spesso considerato una leva strategica per la crescita nazionale. In questi Paesi, l’investimento nell’istruzione, la disciplina organizzativa e il coordinamento tra settore pubblico e sistema produttivo hanno svolto un ruolo decisivo nei processi di industrializzazione. Chalmers Johnson ha descritto queste dinamiche attraverso il concetto di “Stato sviluppista” (developmental state), evidenziando la capacità delle istituzioni pubbliche di orientare lo sviluppo economico e sostenere settori considerati strategici. Altri studiosi, come Ezra Vogel e Alice Amsden, hanno inoltre sottolineato l’importanza del capitale umano e della formazione tecnica nel successo delle economie asiatiche.
Una situazione ancora diversa si osserva nei Paesi del Golfo Persico. Qui il mercato del lavoro è fortemente influenzato dalla presenza di lavoratori stranieri, che in molti casi rappresentano una quota maggioritaria della forza lavoro complessiva. In economie caratterizzate da abbondanza di capitale e da una popolazione nazionale relativamente ridotta, lo sviluppo è stato sostenuto dall’arrivo di milioni di lavoratori provenienti dall’Asia meridionale, dal Sud-Est asiatico e da diversi Paesi africani. In questo contesto, la gestione dei flussi migratori assume una valenza strategica e il capitale umano diventa una risorsa da attrarre e amministrare in funzione degli obiettivi di crescita. Gli studi sulle economie rentier di Hazem Beblawi e Giacomo Luciani hanno evidenziato come tali sistemi presentino un rapporto peculiare tra Stato, mercato del lavoro e distribuzione della ricchezza.
L’analisi dei modelli del lavoro non può tuttavia essere separata dalle grandi dinamiche migratorie che hanno accompagnato la storia economica contemporanea. Le migrazioni internazionali hanno spesso svolto una funzione di riequilibrio tra aree caratterizzate da un’elevata disponibilità di forza lavoro e territori nei quali la domanda occupazionale risultava più elevata. Come hanno osservato Stephen Castles e Mark J. Miller, la mobilità internazionale delle persone rappresenta una delle dimensioni strutturali della globalizzazione e contribuisce a modificare la composizione dei mercati del lavoro, gli equilibri demografici e la sostenibilità dei sistemi di welfare. Anche gli studi di Michael Todaro hanno mostrato come le differenze nelle opportunità occupazionali e nei livelli salariali costituiscano uno dei principali fattori che orientano le scelte migratorie.
Un ruolo altrettanto importante è stato svolto dai conflitti armati. Le guerre non producono soltanto distruzione materiale, ma incidono profondamente sulla disponibilità e sulla distribuzione della forza lavoro. Le perdite demografiche, gli spostamenti forzati di popolazione e la necessità di ricostruire interi sistemi produttivi modificano gli equilibri occupazionali per decenni. L’Europa del secondo dopoguerra offre un esempio particolarmente significativo: la ricostruzione economica della Germania occidentale, della Francia e di altri Paesi industrializzati fu accompagnata dall’arrivo di milioni di lavoratori stranieri, destinati a colmare carenze di manodopera e a sostenere la crescita economica. Più recentemente, le conseguenze dei conflitti in Medio Oriente e nell’Europa orientale hanno confermato quanto le dinamiche del lavoro siano strettamente intrecciate con i processi geopolitici e con le questioni di sicurezza internazionale.
Nel loro insieme, questi elementi mostrano come il lavoro non possa essere interpretato esclusivamente attraverso una lente economica. Esso si colloca al punto di incontro tra sviluppo, demografia, mobilità umana e potere politico. Le modalità con cui viene organizzato e regolato influenzano non soltanto la crescita economica, ma anche la capacità degli Stati di attrarre capitale umano, mantenere la coesione sociale e rafforzare il proprio ruolo nel sistema internazionale. In una fase storica segnata dall’invecchiamento della popolazione in molte economie avanzate, dalla competizione globale per le competenze e dalle trasformazioni introdotte dall’innovazione tecnologica, il lavoro appare sempre più come una risorsa strategica e come uno dei terreni sui quali si gioca una parte rilevante della competizione geopolitica contemporanea.
Italia, welfare e mobilità del capitale umano
L’Italia si inserisce tradizionalmente nel modello sociale europeo, caratterizzato da un sistema di welfare sviluppato e da un articolato quadro di tutele a protezione del lavoro. In tale prospettiva, l’occupazione non rappresenta esclusivamente una fonte di reddito, ma costituisce uno strumento fondamentale di inclusione sociale, partecipazione economica e coesione collettiva. Come evidenziato da Gøsta Esping-Andersen, i sistemi di welfare europei si sono sviluppati storicamente con l’obiettivo di mitigare le vulnerabilità generate dal mercato e garantire forme di protezione sociale in grado di sostenere la stabilità delle società industriali avanzate.
In questo contesto, la disoccupazione assume una rilevanza che trascende la dimensione economica individuale. Essa incide sulla sostenibilità finanziaria del welfare, riduce la capacità contributiva del sistema previdenziale e può alimentare fenomeni di esclusione sociale e disagio territoriale. La questione assume particolare importanza in un Paese caratterizzato da un progressivo invecchiamento della popolazione e da una riduzione della forza lavoro in età attiva, fenomeni che pongono sfide sempre più rilevanti alla tenuta del sistema economico e sociale.
Le dinamiche del mercato del lavoro italiano sono inoltre strettamente connesse ai fenomeni migratori. Nel secondo dopoguerra l’Italia fu principalmente un Paese di emigrazione: milioni di cittadini lasciarono il territorio nazionale diretti verso altri Paesi europei, le Americhe e l’Australia, contribuendo ad attenuare le tensioni occupazionali interne e favorendo, attraverso le rimesse, lo sviluppo economico di numerose aree del Paese. A partire dagli anni Ottanta, tuttavia, l’Italia ha progressivamente assunto il ruolo di Paese di immigrazione, diventando meta di lavoratori provenienti da differenti aree del mondo.
L’apporto della manodopera straniera risulta oggi essenziale in numerosi comparti produttivi, tra cui agricoltura, edilizia, logistica, assistenza alla persona e servizi. In una fase storica caratterizzata dal declino demografico e dalla diminuzione della popolazione attiva, l’immigrazione contribuisce non soltanto alla disponibilità di forza lavoro, ma anche al mantenimento degli equilibri contributivi e previdenziali del sistema di welfare.
L’Italia continua a confrontarsi con il fenomeno dell’emigrazione qualificata, comunemente definito “fuga dei cervelli”. Tale dinamica si inserisce in un quadro strutturale di mobilità internazionale del capitale umano che, negli ultimi anni, ha assunto una crescente stabilità. Secondo i dati ISTAT relativi al 2025, le emigrazioni dall’Italia verso l’estero hanno raggiunto circa 144.000 unità, a fronte di circa 440.000 immigrazioni, configurando un saldo migratorio complessivo positivo (+296.000), che tuttavia non attenua le criticità legate alla composizione qualitativa dei flussi. In particolare, una quota rilevante dei movimenti in uscita riguarda fasce giovani e livelli di istruzione medio-alti. I dati ISTAT relativi ai flussi migratori evidenziano che nel 2024 gli espatri di cittadini italiani laureati tra i 25 e i 34 anni (circa 25.000 unità) hanno ampiamente superato i rimpatri (circa 4.000 unità), configurando un saldo netto negativo prossimo alle 21.000 unità.
Tale dinamica conferma come la mobilità dei lavoratori altamente qualificati costituisca una componente strutturale della globalizzazione contemporanea e, al contempo, uno degli indicatori più significativi della crescente competizione internazionale per il capitale umano. In questo contesto, la capacità di attrarre e trattenere competenze specialistiche assume un rilievo sempre più centrale nelle strategie di sviluppo economico degli Stati. Come osservano Frédéric Docquier e Hillel Rapoport, la migrazione qualificata costituisce ormai una componente strutturale dei processi di globalizzazione e un elemento centrale delle strategie di sviluppo degli Stati.
La questione assume una rilevanza geopolitica crescente. Le economie avanzate competono sempre più attivamente per attrarre lavoratori altamente qualificati, ricercatori e professionisti in grado di alimentare innovazione, produttività e crescita economica. In tale scenario, il capitale umano tende ad assumere un valore strategico paragonabile a quello delle infrastrutture, delle tecnologie e degli investimenti produttivi. La capacità di attrarre competenze qualificate diventa quindi un fattore di competitività internazionale, mentre la loro perdita può tradursi in una riduzione del potenziale innovativo e della capacità di crescita di un Paese.
In questo quadro si inserisce il tema della remigrazione, intesa come ritorno nel Paese d’origine di lavoratori precedentemente emigrati. Il rientro di cittadini italiani che hanno maturato esperienze professionali e competenze all’estero può rappresentare una significativa opportunità per il sistema economico nazionale, favorendo il trasferimento di conoscenze, relazioni internazionali e modelli organizzativi acquisiti in contesti produttivi differenti. La remigrazione qualificata può pertanto contribuire al rafforzamento del capitale umano e alla diffusione dell’innovazione nei territori e nelle imprese.
Tuttavia, il fenomeno presenta implicazioni più complesse. Il ritorno di lavoratori emigrati richiede adeguate politiche di reinserimento professionale e valorizzazione delle competenze acquisite all’estero. Parallelamente, la permanenza fuori dal Paese di figure professionali altamente specializzate, così come la possibile riallocazione verso altri Paesi europei di lavoratori immigrati già presenti in Italia, può aggravare le carenze di personale in settori strategici quali sanità, ricerca, istruzione e professioni tecniche. La competizione per il capitale umano non riguarda dunque soltanto l’attrazione di nuove risorse, ma anche la capacità di trattenere quelle già presenti sul territorio.
Le migrazioni, l’emigrazione qualificata e la remigrazione non rappresentano pertanto fenomeni separati, ma aspetti di una più ampia competizione globale per il capitale umano. In una fase caratterizzata da trasformazioni tecnologiche, transizione demografica e crescente mobilità internazionale delle competenze, il lavoro assume una dimensione pienamente geopolitica, collocandosi al crocevia tra sviluppo economico, sostenibilità del welfare, dinamiche demografiche e capacità degli Stati di competere per l’acquisizione e la valorizzazione delle risorse umane.
Conclusioni
Il lavoro, nelle sue diverse configurazioni storiche e geografiche, costituisce una dimensione strutturale attraverso cui gli Stati definiscono non soltanto i propri assetti economici, ma anche la loro collocazione nei rapporti di potere del sistema internazionale. Le trasformazioni dei modelli produttivi, la crescente mobilità del capitale umano e la riconfigurazione delle forme di occupazione evidenziano una progressiva integrazione tra dinamiche del lavoro e processi di natura geopolitica.
In tale prospettiva, il lavoro non può essere interpretato come una variabile esclusivamente economica, ma come un asset strategico attraverso cui si misurano la capacità di adattamento dei sistemi nazionali e la loro capacità di attrazione delle competenze. Le politiche del lavoro e la qualità delle istituzioni che ne regolano l’attuazione assumono pertanto un ruolo determinante nella definizione della competitività degli Stati.
In un contesto segnato da transizione tecnologica, invecchiamento demografico e competizione globale per le competenze, il lavoro si conferma come uno dei principali strumenti della competizione geopolitica contemporanea.
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